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Bonus bancari: c'è chi dice no. Alla regolamentazione.

Al G20 si parla di regolamentazione dei bonus ai manager bancari, con tanto di tetti. Alessandro De Nicola si dice "non convinto" della riforma".

Considerato che nel 2009 i liberisti sono ormai diventati rari come le mosche bianche, dedichiamo un po’ di spazio ad un pervicace sostenitore della capacità di autoregolamentazione del mercato. Il tema è quello dei bonus bancari, ovviamente attribuiti ai manager di alto livello. In pratica, dove è stato misurato con millimetrica precisione un clamoroso caso di fallimento del mercato. Alessandro De Nicola, con sommo sprezzo del pericolo, nella sua rubrica “La mano visibile” su Il Sole-24 Ore, si dichiara “non convinto” del tetto ai bonus dei manager bancari e che sostituire gli economisti con “burocrati e politici” non gli sembra una grande idea. “Semplice, popolare e gestita dai politici: le tre qualità essenziali di ogni riforma fallimentare”. Ma sì, facciamola difficile, impopolare e gestita dai liberisti. Per dirla come Nanni Moretti, continuiamo così, facciamoci del male.

“Voilà, la soluzione dei mali del sistema finanziario si è finalmente trovata: limitare i bonus dei banchieri ed evitare che il sistema di remunerazione incoraggi l’assunzione di rischi eccessivi. La pensata ha tre caratteristiche: è facile da comprendere, concede maggior potere ai governi ed è popolare. Ora, sarà pur vero, come dice Tremonti, che non possiamo più fidarci degli economisti, ma sostituirli con burocrati e politici non mi sembra una grande trovata.

Naturalmente sarebbe insensato negare che alcune strutture remunerative incentivano a prendere grandi rischi – due esempi tipici sono i bonus per risultati a breve termine e quelli con un minimo garantito (ad esempio: da 1 a 50 milioni di dollari di profitto, bonus minimo di 5 milioni, poi ogni 10 milioni di utili un altro milione. Ovviamente il manager cercherà solo quegli investimenti rischiosi che promettono di portare almeno 60 milioni di profitto, al di sotto, i 5 sono comunque assicurati) - oppure che i più grandi responsabili della crisi fino a poco prima guadagnavano cifre stellari: Fuld di Lehman, 184 milioni di dollari in cinque anni e James Cayne di Bear Sterns 163 milioni.

Il problema da risolvere è chi sia meglio in grado di decidere i salari, questione complessa di cui mi limito ad affrontarne un aspetto. Un difetto del sistema anglo-americano è infatti che i manager decidono, seppur collettivamente e controllati da vari comitati, i loro compensi (in evidente conflitto di interessi), mentre gli azionisti hanno due alternative: se i risultati sono buoni abbozzano e prendono il dividendo, se son cattivi vendono le partecipazioni. Ogni tanto, in caso di truffe o scarsa performance, il consiglio di amministrazione scaccia gli amministratori delegati. Ecco perché vi sono sempre più società (da ultima Microsoft, si veda l’articolo a pagina 21) che introducono negli statuti la clausola say-on-pay, che permette all’assemblea dei soci di dire la sua sulla paga di amministratori e alti dirigenti. […]

Continua su Il Sole-24 Ore, “La mano visibile“, 20 settembre 2009