Considerato che nel 2009 i liberisti sono ormai diventati rari come le mosche bianche, dedichiamo un po’ di spazio ad un pervicace sostenitore della capacità di autoregolamentazione del mercato. Il tema è quello dei bonus bancari, ovviamente attribuiti ai manager di alto livello. In pratica, dove è stato misurato con millimetrica precisione un clamoroso caso di fallimento del mercato. Alessandro De Nicola, con sommo sprezzo del pericolo, nella sua rubrica “La mano visibile” su Il Sole-24 Ore, si dichiara “non convinto” del tetto ai bonus dei manager bancari e che sostituire gli economisti con “burocrati e politici” non gli sembra una grande idea. “Semplice, popolare e gestita dai politici: le tre qualità essenziali di ogni riforma fallimentare”. Ma sì, facciamola difficile, impopolare e gestita dai liberisti. Per dirla come Nanni Moretti, continuiamo così, facciamoci del male.
“Voilà, la soluzione dei mali del sistema finanziario si è finalmente trovata: limitare i bonus dei banchieri ed evitare che il sistema di remunerazione incoraggi l’assunzione di rischi eccessivi. La pensata ha tre caratteristiche: è facile da comprendere, concede maggior potere ai governi ed è popolare. Ora, sarà pur vero, come dice Tremonti, che non possiamo più fidarci degli economisti, ma sostituirli con burocrati e politici non mi sembra una grande trovata.
Naturalmente sarebbe insensato negare che alcune strutture remunerative incentivano a prendere grandi rischi – due esempi tipici sono i bonus per risultati a breve termine e quelli con un minimo garantito (ad esempio: da 1 a 50 milioni di dollari di profitto, bonus minimo di 5 milioni, poi ogni 10 milioni di utili un altro milione. Ovviamente il manager cercherà solo quegli investimenti rischiosi che promettono di portare almeno 60 milioni di profitto, al di sotto, i 5 sono comunque assicurati) - oppure che i più grandi responsabili della crisi fino a poco prima guadagnavano cifre stellari: Fuld di Lehman, 184 milioni di dollari in cinque anni e James Cayne di Bear Sterns 163 milioni.
Il problema da risolvere è chi sia meglio in grado di decidere i salari, questione complessa di cui mi limito ad affrontarne un aspetto. Un difetto del sistema anglo-americano è infatti che i manager decidono, seppur collettivamente e controllati da vari comitati, i loro compensi (in evidente conflitto di interessi), mentre gli azionisti hanno due alternative: se i risultati sono buoni abbozzano e prendono il dividendo, se son cattivi vendono le partecipazioni. Ogni tanto, in caso di truffe o scarsa performance, il consiglio di amministrazione scaccia gli amministratori delegati. Ecco perché vi sono sempre più società (da ultima Microsoft, si veda l’articolo a pagina 21) che introducono negli statuti la clausola say-on-pay, che permette all’assemblea dei soci di dire la sua sulla paga di amministratori e alti dirigenti. […]
Continua su Il Sole-24 Ore, “La mano visibile“, 20 settembre 2009

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