“Tassi di interesse inesistenti e un crescente disavanzo della spesa pubblica non creano certamente un clima di fiducia nei confornti della nostra moneta. I partner commerciali non sono disposti a sostenere all’infinito il nostro deficit mettendo a rischio le loro esportazioni e il valore delle loro riserve, e così hanno cominciato a diversificare. Stanno acquistando più euro, più yen e anche più dollari australiani”. L’economista Gary Schlossberg, manager dei Wells Capital Fund, non ha dubbi sulla natura del disastro valutario statunitense. Che non ha effetti solo negativi, considerati l’andamento dei consumi interni americani e l’andamento delle imprese a stelle e strisce all’estero. Un articolo di Paolo Pontoniere, “Re dollaro non comanda più“, pubblicato il 26 ottobre 2009 su L’espresso.
“Negli ambienti monetari internazionali circola un nuovo neologismo: ‘dollar declinism’, il declinismo del dollaro. Lo hanno coniato gli esperti valutari per descrivere la tendenza al ribasso della moneta statunitense dall’inizio della ripresa. Valuta di riferimento indiscussa a livello internazionale, e giusto qualche mese fa rifugio prediletto di coloro che cercavano di sfuggire alle incertezze della Grande Recessione, il ‘greenback’ è diventato il paria dei mercati valutari internazionali. In meno di sei mesi si è deprezzato del 12 per cento, scendendo del 40 per cento rispetto ai valori che esprimeva nel 2002, anno in cui registrò il massimo storico contro l’euro. Oggi un euro vale quasi un dollaro e 50 centesimi, e secondo Steve Englanders, stratega monetario della Barcalys Capital, entro la fine dell’anno ne varrà uno e 55. E questo a dispetto delle dichiarazioni a favore di un dollaro forte proferite dalla Casa Bianca.
La velocità con la quale sono mutate le fortune della valuta statunitense spinge alcuni economisti a pronosticare una prossima destabilizzazione degli equilibri monetari internazionali. C’è anche chi, come il Nobel per l’economia Paul Samuelson, teme che ci si trovi di fronte ad una manovra speculativa diretta a causare l’abbandono precipitoso e sregolato della moneta statunitense da parte dei maggiori operatori finanziari mondiali. “Potrebbe trattarsi di un assalto al dollaro”, sintetizza Samuelson. E a osservare i dati, ci sarebbe quasi da dargli ragione. Il greenback, che ormai rappresenta il 63 per cento delle riserve valutarie mondiali, sembra aver perso il lustro di moneta di riserva per antonomasia che deteneva dalla fine della Prima guerra mondiale. “Allora il dollaro era preferito all’oro”, ricorda Samuelson: “Non solo era più richiesto, ma pagava anche gli interessi”.
Secondo Gary Schlossberg, manager dei Wells Capital Fund, uno dei principali fondi di investimento Usa, il problema del greenback è proprio quello: non paga praticamente interessi. Come se non bastasse poi l’amministrazione Usa continua a stamparne a miliardi per finanziare il suo piano di rilancio economico, incrementando così le tendenze inflazionistiche del mercato e spingendo paesi come la Cina, che tra le sue riserve annovera oltre 800 miliardi di valuta statunitense, e le altre economie emergenti a rivedere la loro relazione con la moneta americana.
“La fuga dal dollaro è un effetto diretto della politica economica americana”, spiega Schlossberg: “Tassi di interesse inesistenti e un crescente disavanzo della spesa pubblica non creano certamente un clima di fiducia nei confornti della nostra moneta. I partner commerciali non sono disposti a sostenere all’infinito il nostro deficit mettendo a rischio le loro esportazioni e il valore delle loro riserve, e così hanno cominciato a diversificare. Stanno acquistando più euro, più yen e anche più dollari australiani”.
Nell’ultimo trimestre la quota delle riserve valutarie denominate in dollari è diminuita del 2,2 per cento, il calo più significativo dal 2002, quando scesero per la prima volta al di sotto della soglia del 70 per cento. Oggi un mero 37 per cento delle nuove riserve monetarie via via accantonate è in dollari (nel 1999 la quota superava il 63 per cento). […]
Continua su L’espresso, “Re dollaro non comanda più“, 26 ottobre 2009

......








