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Banche: la grande abbuffata dei derivati

Dopo la grande paura di fine 2008, il vizio della speculazione è riemerso più forte di prima. Finanza strutturata e valore nozionale dei derivati sono cresciuti sin dalla prima parte del 2009.

Ce n’è abbastanza per porre le basi di una nuova teoria comportamentale dei soggetti operanti nel mercato finanziario: ovvero, come reagiscono gli operatori in completa assenza di memoria storica. Una memoria di breve che le big banks internazionali sembra abbiano completamente perso, continuando ad accumulare rischi su derivati senza freni apparenti. Un articolo di Fabio Pavesi, “Derivati, una bomba da 203mila miliardi“, pubblicato su Il Sole-24 Ore del 7 novembre 2009.

“La grande paura è passata. Nessuna implosione del sistema finanziario mondiale. Ma chi bisogna ringraziare per lo scampato pericolo? Sicuramente i Governi che hanno preso sulle spalle (con aiuti pubblici) il fardello delle banche pericolanti; le autorità monetarie che hanno inondato di liquidità il sistema. E quei mercati (dalle Borse ai bond) che si sono messi a correre all’insù. Dalle banche, quelle di Wall Street in particolare, ben poco è arrivato.

Almeno in termini di comportamenti. Già dai primi mesi del 2009 il vecchio vizio di fare della speculazione un’arte è riemerso più forte di prima. Lo dicono i bilanci delle big bank americane che hanno ricominciato ad accumulare rischi come niente fosse. Un dato su tutti è quello dell’attività in derivati che, come ha sottolineato Giulio Tremonti nei giorni scorsi, sono in continua crescita. Come se nulla fosse accaduto. Non era proprio la finanza strutturata e la sua inarrestabile ascesa ad aver causato il pericolo del crack sistemico? Evidentemente a Wall Street hanno la memoria corta. Come spiegare altrimenti che per le prime 25 banche Usa il valore nozionale in derivati è salito nella prima parte del 2009 di altri 1.500 miliardi, portando il totale alla stratosferica cifra di 203mila milardi di dollari.

Una cifra quasi impronunciabile: 30mila miliardi in più della stagione pre-crisi Lehman, il doppio del 2006 e dieci volte tanto il valore di questi strumenti solo una decina d’anni fa. Ma non è il valore in sé a preoccupare. È il rapporto con le attività delle banche a far tremare i polsi. Quella montagna di strumenti speculativi siede su un attivo complessivo di appena 7.600 miliardi con un rapporto di 26 dollari in derivati per ogni dollaro di attività. E questo è il dato medio. Poi ci sono le reginette del rischio estremo: come Goldman Sachs che ha un rapporto di 300 volte o Jp Morgan che per ogni dollaro di attivo ha in pancia 48 dollari in derivati. […]”.

Continua su Il Sole-24 Ore, “Derivati, una bomba da 203mila miliardi“, 7 novembre 2009