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Le battaglie per la conquista dell'isola

Con la battaglia di Creta la Royal Navy toccò il punto culminante di un periodo di continua tensione e di perdite. Sul finire del 1940 la flotta italiana, mutilata a Taranto nel novembre dello stesso anno....





Mappa delle operazioni
Con la battaglia di Creta la Royal Navy toccò il punto culminante di un periodo di continua tensione e di perdite. Sul finire del 1940 la flotta italiana, mutilata a Taranto nel novembre dello stesso anno, aveva dimostrato abbastanza chiaramente di non voler sfidare l’Inghilterra nel Mediterraneo e l’attività dei bombardieri di alta quota e degli aerosiluranti della Regia Aeronautica si era rivolta in azioni più di disturbo che di vera minaccia alla potenza navale britannica.

Ma l’intervento dei tedeschi in soccorso degli Italiani aveva cambiato radicalmente la situazione. Il primo contingente della Luftwaffe arrivato in questo scacchiere era stato il X Fliegerkorps, che aveva stabilito le proprie basi in Sicilia. L’anno precedente gli Junkers 88 e gli Heinkel 111 non avevano fornito prove molto brillanti nelle acque norvegesi, mentre erano state assai migliori le prestazioni degli Junkers 87, il cui impiego era stato progettato originariamente in funzione d’appoggio immediato alle operazioni dell’esercito. Adesso il X Fliegerkorps includeva un numero rilevante di Stuka e di abili piloti. La Mediterranean Fleet lo sperimentò a proprie spese il 10 e l’11 gennaio 1941, mentre stava scortando a Malta un convoglio. I piloti tedeschi colpirono sei volte, con bombe di grosso calibro, la portaerei Illustrious, la quale riuscì a rifugiarsi con difficoltà, nel Grand Harbour dell’isola per i primi raddobbi provvisori, soltanto grazie al ponte di lancio corazzato. Durante la stessa incursione l’incrociatore Southampton venne affondato e il Gloucester riportò danni.

L’ammiraglio sir Andrew Cunningham, comandante in capo della Mediterranean Fleet, comunicò a Londra che la situazione intorno a Malta si era fatta seria e chiese un appoggio aereo più consistente. Poi era sorta la questione della minaccia tedesca alla Grecia e dell’invio di un corpo di spedizione formato da truppe britanniche e del Commonwealth. I convogli avevano cominciato a lasciare l’Egitto il 5 marzo e le partenze si susseguirono regolarmente ogni tre giorni, durante tre settimane. La marina italiana, cedendo alle sollecitazioni dei tedeschi, era uscita all’attacco ma la Mediterranean Fleet non si era lasciata cogliere impreparata e il 28 marzo, a conclusione della battaglia notturna di Capo Matapan, la squadra attaccante era rientrata nei porti con tre incrociatori di meno, senza essere riuscita a infliggere perdite all’avversario. Però, due giorni prima, i mezzi navali d’assalto italiani erano penetrati nella baia di Suda e avevano colato a picco l’incrociatore York.

In febbraio Rommel e l’Afrikakorps erano sbarcati a Tripoli. Il 24 marzo avevano sferrato l’offensiva contro l’armata britannica del deserto; il 3 aprile avevano occupato Bengasi, il 12 erano arrivati a Sollum, sul confine egiziano, dopo aver posto l’assedio a Tobruch. Lo stato di emergenza in cui si era venuto a trovare l’esercito alleato impose un intenso sforzo alle unità da spiaggia della marina britannica e la Luftwaffe s’incaricò di farle pagare il pedaggio. Coi nuovi sviluppi, Malta diventò la base dei cacciatorpediniere, dei sommergibili e degli aeroplani che attaccavano i convogli di Rommel lungo la rotta di Tripoli e richiamò su di sé pesanti incursioni aeree dalla vicina Sicilia.

Tale intensa attività richiedeva appoggio logistico e invio di caccia di rinforzo, e, dato che la Cirenaica si trovava nelle mani dei tedeschi, la marina britannica fu costretta a trasportare i caccia a bordo delle portaerei. La Forza H da Gibilterra e la Mediterranean Fleet da Alessandria cooperarono nell’impresa e il 21 aprile le navi da battaglia di quest’ultima bombardarono il porto di Bengasi.

Il 7 aprile i tedeschi avevano varcato la frontiera bulgara per invadere la Grecia. La occuparono con una rapida campagna di sole tre settimane, costringendo il corpo di spedizione britannico ad abbandonare il campo. L’evacuazione si svolse dal 24 al 29 aprile. Sei incrociatori, 19 cacciatorpediniere e numerose navi di piccolo tonnellaggio imbarcarono più di 50.000 uomini.

Sotto gli attacchi della Luftwaffe quattro trasporti e due cacciatorpediniere colarono a picco. Il 4 maggio la Mediterranean Fleet era nuovamente nel porto di Alessandria. Dopo un breve periodo di riposo e di raddobbo partì diretta a Malta per portare i rifornimenti all’isola e per scortare il prezioso ” convoglio Tiger ” carico di carri armati destinati all’8ª armata in arrivo da Gibilterra sotto la protezione della Forza H.
Il 13 maggio Cunningham informò l’Ammiragliato britannico che la sua squadra, a partire dal 20 aprile, aveva consumato un quantitativo di munizioni contraeree che si poteva calcolare fra un terzo e la metà del totale in dotazione e che le granate da 133 mm e da 114 mm erano ridotte a un quarto di quante sarebbero state necessarie per riempire la santabarbara delle navi.

Nell’ottobre 1940, quando gli italiani avevano invaso la Grecia, la Gran Bretagna non aveva esitato ad accogliere l’invito dei greci ad occupare Creta, dove sperava di poter stabilire una base avanzata della flotta nella baia di Suda e un certo numero di campi d’aviazione lungo la fascia costiera. Ma nel maggio 1941, con la baia di Suda e le piste di atterraggio di Máleme, di Rétimo e di Iráklion esposte alle incursioni della Luftwaffe provenienti dalla Grecia e con la mancanza di un’adeguata difesa di aerei da caccia, Creta era diventata un onere non indifferente. Le navi che entravano nella baia di Suda erano alla mercé degli aerei nemici e il 19 maggio gli scarsi caccia britannici, ebbero l’ordine di ritirarsi dall’isola. La Formidable aveva sostituito la Illustrious nella Mediterranean Fleet, ma nel corso delle operazioni al largo di Bengasi e di Malta gran parte dei suoi aerei erano stati messi fuori combattimento e solo quattro erano rimasti in piena efficienza, sicché nelle acque di Creta la lotta stava per svolgersi fra la Luftwaffe e i cannoni della Royal Navy.

Gli inglesi intuirono che i tedeschi avrebbero sferrato l’attacco principale dall’aría. Perciò il compito della marina si sarebbe dovuto limitare a impedire un eventuale sbarco di truppe di rincalzo a quelle aviotrasportate. In tal modo la squadra sarebbe stata messa a repentaglio pur svolgendo soltanto una funzione secondaria nella difesa di Creta.

Tuttavia Cunningham non poteva trascurare la possibilità che unità della marina italiana uscissero per scortare i mezzi da sbarco degl’invasori e a metà maggio, quando i bombardamenti di Creta assunsero un ritmo serrato, ordinò alle sue corazzate di stazionare a ovest dell’isola e alle unità leggere di perlustrare di notte più,a nord, per intercettare i probabili convogli.

Dopo aver fatto rifornimento di nafta, all’alba del 20 maggio le navi da battaglia Warspite e Valiant, un incrociatore e dieci cacciatorpediniere al comando del contrammiraglio Rawlings incrociavano nel Mediterraneo, 100 miglia a ovest dell’isola, mentre il contrammiraglio Glennie, con gli incrociatori Dido e Orion che avevano eseguito l’esplorazione notturna, si stava ritirando attraverso lo stretto di Antikthira per unirsi a Rawlings. Il contrammiraglio King si stava ritirando verso est, con gl’incrociatori Naiad e Perth e quattro cacciatorpediniere, attraverso lo stretto di Caso, e il comandante Rowley, proveniente da Alessandria con altri due incrociatori, il Gloucester e il Fffi, faceva rotta verso nord.

La 4ª Luffflotte, al comando del generale Lóhr, fin dal 15 maggio aveva accelerato i preparativi per l’attacco contro Creta, apprestando alla meglio nuovi campi di aviazione, costituendo scorte di benzina e di bombe e concentrando truppe. La rete stradale greca e quella ferroviaria erano ben poca cosa e per di più avevano sofferto danni sensibili durante i recenti combattimenti, e gran parte dei rifornimenti tedeschi arrivava via mare. Neppure i campi di aviazione corrispondevano alle necessità, i decolli erano ostacolati dal fondo polveroso delle pìste e quelli disponibili venivano usati sia dall’XI Fliegerkorps, la grande unità della Luftwaffe che comprendeva gli aerei da trasporto truppe e gli alianti sia dall’VIII Fliegerkorps formato da caccia, da bombardieri e da ricognitori.

Il generale von Richthofen, comandante dell’VIII Fliegerkorps, aveva la responsabilità di numerose operazioni:
proteggere dall’alto la fase iniziale dell’attacco e i necessari movimenti navali nell’Egeo che lo avrebbero accompagnato; distruggere le forze aeree britanniche esistenti a Creta e ridurre contemporaneamente al silenzio le difese terrestri; appoggiare le truppe sbarcate mediante bombardamenti e mitragliamenti, una volta che avessero messo piede sull’isola; distruggere il naviglio nemico nelle acque di Creta e coprire i movimenti navali previsti dal piano per lo sbarco delle truppe di rincalzo e delle armi pesanti destinati a potenziare l’attacco aviotrasportato.

Gli Stuka, dotati di una limitata autonomia di volo, e i caccia monomotori avevano basi avanzate, nel Peloponneso e nelle isole vicine, mentre i bombardieri e i caccia bimotori si trovavano più a nord. Il bombardamento intensivo di Creta ebbe inizio il 15 maggio e toccò l’acme il 20, prima fungendo da copertura delle truppe aviosbarcate a Máleme e alla Canea, poi spostandosi a est e coprendo gli aviosbarchi a Rétimo e Iráklion.

Quella notte gli incrociatori e i cacciatorpedíniere britannici in esplorazione nelle acque a nord di Creta non scoprirono segni di movimenti navali tedeschi, benché avessero avuto uno scontro con alcune motosiluranti della marina italiana. Tre cacciatorpediniere britannici bombardarono il campo d’aviazione di Scarpanto e la mattina seguente gli Stuka affondarono il cacciatorpediniere Juno 2.

Un convoglio germanico di 25 motovelieri, proveniente dal Pireo, che trasportava un battaglione di truppe da montagna e una unità di armi pesanti, 2.300 uomini in tutto, avrebbe dovuto attraccare a ovest di Máleme il pomeriggio del 21 maggio. Un secondo convoglio leggero, 38 caicchi con 4.000 uomini, avrebbe dovuto raggiungere Iráklion il giorno successivo. Nei rapporti tedeschi le due flottiglie da sbarco erano chiamate NuBschalen e Múckenflotilla (gusci di noce e flottiglia zanzara). Un convoglio pesante di piroscafi carichi di artiglieria e di alcuni carri armati doveva restare alla fonda al Pireo, in attesa dell’ordine di salpare. All’alba del 21 maggio, quando il primo convoglio era già al largo diretto su Máleme, venne richiamato a Milo perché durante la notte era giunta la notizia che forze navali britanniche incrociavano a nord di Creta. Il pomeriggio ebbe l’ordine di riprendere il mare, ma contrariamente a quanto era stato previsto, non poté accostarsi a Creta di giorno, quando la Luftwaffe avrebbe potuto proteggere, bensì nelle ore notturne, mentre le navi inglesi esploravano la zona di mare che doveva attraversare.

Alle 23.30 il convoglio fu intercettato dall’ammiraglio Glennie col Dido, l’Orion, l’Ajax e quattro cacciatorpediniere. Quando venne dato l’allarme la flottiglia era stata inquadrata dai riflettori dell’avversario. Un caicco carico di munizioni saltò in aria, altri cominciarono a bruciare un altro fu speronato e si spacco in due. La torpediniera italiana Lupo, l’unica nave scorta, affrontò le forze nemiche soverchianti e nel tentativo di proteggere il convoglio venne colpita ben diciotto volte. Dopo due ore e mezzo le navi brìtanniche diressero verso sud, nella convinzione di aver distrutto il convoglio e provocato l’annegamento di circa 4.000 uomini, in realtà la Lupo e cìrca due terzi dei battelli erano rimasti a galla, avevano raccolto i naufraghi superstiti ed erano rientrati a Mílo. Successivamente erano intervenuti gli aerei, che avevano continuato le operazioni di salvataggio, sicché le perdite dei tedeschi si limitarono in realtà a 297 uomini.

La mattina seguente l’ammiraglio King, ebbe l’ordine di pattugliare le acque a nord di Creta con quattro incrociatori il Naíad, il Perth, il Carlisle, il Calcutta e altrettanti cacciatorpediniere. Trovò due battelli superstiti del primo convoglio e li affondò, poì, verso le 10, avvistò il secondo convoglio, 25 miglia a sud di Milo. Una formazione di Junkers 88, levatasi da Eleusi, avvistò i caicchì indifesi che rifacevano rotta verso nord allontanandosi alla massima velocità possibile e la torpediniera italiana Sagittario che procedeva a zig zag più a sud, a tutta forza, proteggendoli con una cortina di fumo, inseguita dagli incrociatori e dai cacciatorpediniere britannici che la bersagliavano. La formazione aerea tedesca si affrettò a intervenire e non appena incominciò il primo attacco in picchiata fu accolta da un violento fuoco contraereo.

Lo stesso gìorno King aveva già subito un attacco aereo di tre ore; poiché la riserva di munizioni era diminuita in maniera preoccupante e la velocità del Carlisle era ridotta a 20 nodi decise di invertire la rotta. Gli Stuka, gli Junkers 88 e i Dornier 17 continuarono a tener impegnate le navi per altre tre ore e mezzo, durante le quali il Naiad riportò gravi danni e il comandante del Calcutta rimase ucciso.

I ricognitori della Luftwaffe avevano avvistato la squadra dell’ammiraglio Rawlings il 21 maggio. Il 22, superati i primi due giorni critici dell’invasione di Creta, il vincolo di dare appoggio ai paracadutisti si allentò e FVIII Fliegerkurps non si lasciò sfuggire l’occasione. I bombardieri in quota e in picchiata tedeschi, favoriti dal bel tempo, avevano attaccato gl’incrociatori britannici.

Glennie e Rowley avevano raggiunto la squadra di Rawlings fra le 20 e le 30 miglia a ovest di Cerigo e Rawlings diresse verso est per appoggiare King, il quale si stava ritirando a sud, sempre sotto l’attacco dei bombardieri tedeschi. S’incontrarono nelle prime ore del pomeriggio nel canale di Cerigo e la Warspite fu colpita quasi subito da una bomba di grosso calibro che mise fuori uso le batterie di dritta da 152 e da 102 mm.

Gli aerei germanici, portato a termine il primo attacco, si rifornirono, quindi puntarono nuovamente sulla squadra inglese, rinforzati da altri due gruppi distaccati dal X Fliegerkorps. Stuka, bombardieri e caccia, senza contrasto aereo avversario, si gettarono all’attacco in ondate successive. Inizialmente il fuoco concentrato delle navi britanniche li tenne a distanza, ma poi, mezz’ora dopo ch’era stata colpita la Warspite, fu la volta del cacciatorpediniere Greyhound, che colpito in pieno da due bombe affondò.

King ordinò a Rowley di tornare ìndietro per raccogliere i naufraghi, quindi, accortosi che il Gloucester e il Fijí erano a corto dì munizioni contraeree, ordinò ai due incrociatori di unirsi alla formazione principale e cambiò rotta per affrettare la riunione. Quando fu in vista, il Gloucester era già colpito, le fiamme stavano invadendo il ponte e la nave, incapace di manovrare, andava alla deriva. Alle 16, dopo un’eplosione avvenuta sottocoperta, colò a picco. Il Fiji, ormai isolato e bombardato senza tregua dall’aria, non poté far altro che mantenere la propria rotta gettando ai naufraghi del Gloucester i salvagente di bordo. Poco dopo anche la Vatiant fu colpita e danneggiata.

Il Fiji e i suoi due cacciatorpediniere dì scorta non erano riusciti a ricongiungersi alla formazione principale e diressero verso sud. Alle 18.45 un Messerschmitt 109 isolato, al limite della sua autonomia di volo, lo avvistò e sganciò un’unica bomba che esplose vicinissimo alla fiancata che provocò avarie all’apparato motore. Mezz’ora più tardi comparvero altri apparecchi, chiamati dal Messerschmitt, una seconda bomba esplose sopra la sala macchine e alle 20.15 il Fìji si capovolse e affondò.

Quella sera, per,colpa di un errato rapporto dal quale risultava che le navi da battaglia avevano esaurito la scorta di munizioni contraeree di piccolo calibro, Cunníngham le richiamò ad Alessandria. Però nel pomeriggio era arrivata nella zona battuta la 5ª flottiglia cacciatorpediniere proveniente da Malta, composta dal Kelly, sul quale era imbarcato il comandante lord Louis Mountbatten, dal Kashmir, dal Kipling, dal Kelvín e dallo Jackal. Toccava ora a lei pattuglìare le acque a nord di Creta. La flottiglia affondò due caicchi carichi di truppe tedesche e bombardò il campo di aviazione di Máleme, già caduto in mano al nemico. La mattina seguente una formazione di 24 Stuka avvistò a sud dell’isola il Kelty e il Kashmir e li affondò. Il Kipling, nonostante il violento attacco aereo, riuscì a trarre in salvo 279 superstiti.

I pattugliamenti navali notturni a nord di Creta continuarono. Rinforzi e munizioni per i reparti che combattevano intorno alla baia di Suda furono sbarcati dal posamine veloce Abdiel e da alcuni cacciatorpediniere; uno di essi prese a bordo il re di Grecia, che lasciava l’ìsola. Cunningham, cedendo alle pressioni di Londra, fece imbarcare un battaglione sulla nave ausiliaria Glenroy. Danneggiata da un bombardamento aereo che provocò un incendio a bordo, la mattina del 26 la Glenroy dovette riguadagnare il porto di partenza.

Il giorno prima era uscita da Alessandria la Formidable per la quale si era finalmente riusciti a mettere insieme una dozzina di caccia Fulmar ancora efficienti scortata dalla Queen Elizabeth, dalla Barham e da otto cacciatorpediniere.

All’alba del 26 quattro Fulmar e quattro Albacore, decollati a 100 miglia di distanza dall’isola di Scarpanto, ne attaccarono il campo di aviazione, distruggendo o danneggiando un certo numero di apparecchi al suolo e abbattendone altri in volo; ma alle 13.25 comparvero da sud 25 Stuka, due bombe colpirono il ponte di lancio della Formidable e la portaerei, gravemente danneggiata, dovette rientrare ad Alessandria.

Il 2° gruppo dello Stukageschwader (stormo bombardieri in picchiata) ” Immelmann “, appartenente al X Fliegerkorps, era stato fra i primi ad arrivare in Sicilia e il 10 gennaio aveva attaccato la Illustrious, danneggiandola gravemente. Successivamente il gruppo si era trasferito in Africa, per appoggiare le operazioni di Rommel. Il 26 maggio si trovava in volo di ricognizione a nord della costa africana, con la speranza di sorprendere le navi inglesi di ritorno da Creta. Fu appunto questo gruppo ad avvistare la Formidable. Mentre la nave manovrava per mettersi sopravvento e i suoi caccia cominciavano a decollare, gli Stuka le piombarono sopra, colpendola e danneggiandola come già avevano fatto con la Illustrious. Il giorno seguente aerei tedeschi colpírono e danneggiarono anche la Barham.

Il 26 maggio Freyberg comunicò che la situazione di Creta era disperata e alle ore 15 del 27, dopo aver ricevuto l’autorizzazione di Londra, decise di evacuarla, Cunningham fece presente a Wavell che probabilmente sarebbe venuto il momento in cui le perdite di vite umane fra le truppe imbarcate lo avrebbero costretto a rinunziare alle operazioni di salvataggio. Gli imbarchi avrebbero avuto luogo soltanto di notte e per quanto possibile fra la mezzanotte e le tre, perché in tal modo le navi sarebbero potute partire tre ore prima che si facesse giorno pieno. I reparti intorno a Iráklion si sarebbero imbarcati tutti insieme, sul posto; gli altri si dovevano ritirare attraverso le montagne per imbarcarsi a Sfakía sulla costa meridionale.

A Rawlings fu assegnato il compito di evacuare il presidio di Iráklion con la sua squadra composta dall’Orion, dall’Ajax, dal Dido e da sei cacciatorpediniere. La Luftwaffe li scoprì alle 17 del 28 maggio, circa 90 miglia a sud dello stretto di Caso, e insistette negli attacchi fino al calare dell’oscurità. L’Ajax, danneggiato, dovette rientrare in Alessandria. Il cacciatorpediniere Imperial fu sfiorato più volte senza riportare avarie apparenti. Fra le 23.30 e le 3.20 circa 4.000 uomini s’imbarcarono a Iráklion e la formazione levò le ancore. Mezz’ora più tardi il timone dell’Imperial non rispondeva più ai comandi. Rawlings ordinò all’Hotspur di affondarlo, dopo aver preso a bordo le truppe e l’equipaggio. La situazione di questo cacciatorpediniere, che dopo aver eseguito gli ordini aveva ripreso a navigare a tutta forza verso sud, era disperata: aveva a bordo 900 uomini di truppa, si trovava a sole 50 miglia da Scarpanto e ormai stava per spuntare il giorno. Ciò nonostante Rawlings, piuttosto che abbandonarlo, aveva preferito attendere e adesso doveva affrontare gli Stuka. I primi apparvero alle 6. Alle 6.25 l’Herevard fu colpito da una bomba che ne ridusse la velocità. Fu giocoforza abbandonarlo mentre tentava di riguadagnare la costa cretese. Gli Stuka lo affondarono, ma il suo equipaggio fu tratto quasi tutto in salvo da alcune motosiluranti italiane.

La formazione navale, con alcune navi centrate in pieno e altre mancate per poco, dovette ridurre la velocità a 25 nodi, quindi a 21. Il primo ad essere colpito era stato l’incrociatore Dido, poi ripetutamente l’Orion e le esplosioni delle bombe sulle navi sovraffollate provocarono danni gravissimi. Gli Stuka cessarono gli attacchi verso le 10.45; più tardi comparvero i bombardierí d’alta quota, che non riuscirono però a colpire le navi. Sui 4.000 uomini imbarcati 800 erano rimasti uccisi o feriti o erano stati fatti prigionieri. Nel frattempo il comandante Arliss aveva potuto sbarcare rifornimenti e munizioni a Sfakía e ripartire, dopo aver preso a bordo dei suoi quattro cacciatorpediniere 700 uomini, senza subire perdite.

Caccia a lunga autonomia decollati dall’Egitto avevano cercato di coprire la ritirata di Rawlings, ma avevano mancato lo scopo in conseguenza della velocità ridotta delle sue navi, mentre poterono proteggere efficacemente i convogli successivi partiti da Sfakía, che per di più furono meno esposti agli attacchi aerei. La notte del 29 maggio gli incrociatori Phoebe, Perth, Glengyle, Calcutta, Coventry e tre cacciatorpediniere al comando dell’ammiraglio King imbarcarono a Sfakía 6.000 uomini, ma sulla via del ritorno il Perth venne danneggiato da uno Ju 88. Il 30 maggio due dei quattro cacciatorpediniere di Arliss furono colpiti, però gli altri due presero a bordo un contingente di altri 1.500 uomini. Poi Wavell chiese alla marina di compiere un ultimo sforzo per metterne in salvo altri 3.000 la notte del 31 maggio. King tornò a Creta col Phoebe, l’Abdiel e tre cacciatorpediniere, sui quali trovarono posto 4.000 uomini. Ma alle 3 del 1 giugno le navi furono costrette a salpare, lasciandone 5.000 sulla spiaggia di Sfakía. E il Calcutta, che era uscito da Alessandria per andar loro incontro, venne bombardato e affondato.

L’11 giugno, sul far del giorno, il maggiore Garrett della fanteria di marina trovò sulla spiaggia di Sfakía un mezzo da sbarco del Glengyle. Vi s’imbarcò, insieme con 137 volontari, dirigendo verso la costa africana. Toccarono terra una trentina di chilometri a ovest di Sidi el Barrani alle 2.30 del 9 giugno, dopo una traversata compiuta quasi interamente a vela usando coperte di lana.

Un secondo mezzo da sbarco arrivò a Sidi el Barrani circa alla stessa ora, con 50 uomini, e un terzo la raggiunse il giorno successivo con altri 37. Durante i primi mesi che seguirono all’evacuazione circa 600 uomini riuscirono a riparare in Egitto o in Siria, a bordo di pescherecci greci o dei sommergibili inviati a raccoglierli.

Le perdite inglesi nelle acque di Creta ammontarono a tre incrociatori e sei cacciatorpediniere affondati; tre corazzate, una portaerei, sei incrociatori e sette cacciatorpediniere danneggiati; 1.828 marinai uccisi, 183 feriti. Cunningham si era reso conto dei rischi che era stato costretto ad affrontare e la lezione che aveva tratto da Creta era che la maniera migliore di combattere gli aeroplani è di affrontarli in volo e se i caccia delle basi terrestri non erano in grado di garantire una copertura efficace alle navi, era necessario che la marina li avesse direttamente a propria disposizione.