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Feldman: What Exit

In un cd della ECM il grande violinista americano interpreta alcuni suoi brani accompagnato da John Taylor, Anders Jormin e Tom Rainey

Uno fra gli strumenti meno utilizzati in ambito jazzistico è sicuramente il violino, al punto che ci vengono in mente appena due nomi, Joe Venuti per il passato remoto e Stephane Grappelli per quello più prossimo.
Basterebbe solo questa considerazione per accostarsi al cd What Exit della ECM, dove il violinista statunitense Mark Feldman appare per la prima volta in qualità di band leader, nella doppia veste di compositore ed interprete di se stesso, alla testa di un quartetto dove compaiono altri tre artisti di fama mondiale, l’ inglese John Taylor (pianoforte), lo svedese Anders Jormin (contrabbasso) e l’ americano Tom Rainey (batteria).
Il disco contiene otto brani, per un totale di poco più di 70 minuti, coperti per circa un terzo dal pezzo di apertura intitolato Arcade.
Proprio questo approccio iniziale risulta molto significativo nel comprendere l’universo di Feldman, per cui definirlo violinista jazz appare piuttosto riduttivo.
Infatti l’artista, facendo tesoro delle sue vaste esperienze, le riversa in brani che, partendo dal jazz classico e moderno, spesso toccano Bach, il minimalismo, la musica classica moderna ed i ritmi legati alla musica indiana.
Un’operazione di estrema difficoltà, che riesce a non sfociare nella confusione o, peggio ancora, nella noia e nella pesantezza, grazie ad un dosaggio oculato dei vari ingredienti.
A ciò va aggiunto che sia Feldman, sia gli altri solisti, sono degli esecutori di elevatissimo livello e, come tutti i grandi che si ritrovano per suonare insieme, non tendono a gareggiare fra loro, ma si integrano in modo meraviglioso, dando vita a strepitose sinergie.
Tornando brevemente allo splendido cd della ECM, risulta difficile dire quale sia il brano più interessante, a parte Arcade che, come abbiamo visto, meritava un discorso a parte in quanto va considerato come una “summa” del pensiero compositivo del violinista americano.
Tutti presentano, comunque, richiami di vario genere e, tanto per fare un esempio, in Maria Nuñes ci sembra che, di tanto in tanto, affiorino la note della Sheherazade di Rimsky-Korsakov.
Ci piace allora ricordare il pezzo conclusivo, What Exit che, pur essendo il più breve, fornisce il titolo all’album, in quanto ne rappresenta una sorta di sintesi complessiva.
In conclusione un disco rivolto soprattutto a chi ama ascoltare musica moderna, che abbia una buona sostanza, ancora meglio se eseguita da interpreti di caratura internazionale.

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