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Vivaldi: Concerti e Trii per liuto e archi

Dalla Stradivarius un'insolita ed interessante raccolta di brani dell'autore veneziano

Forse pochi sanno che la riscoperta del repertorio di Antonio Vivaldi ha origini relativamente recenti, in quanto è frutto di un lavoro portato avanti, a partire dal 1939, da Alfredo Casella.
E’ indubbio, invece, che la popolarità vivaldiana è fortemente legata a “Le quattro stagioni”, tratte da “Il cimento dell’armonia e dell’inventione”, op. 8 nn. 1-4.
Ciò, se da un lato è servito a diffondere il nome dell’autore in tutto il mondo, dall’altro ha impedito, per molto tempo, un maggiore approfondimento della sua intera produzione, poiché tutto quanto si discostava sensibilmente da questo brano, caratteristico dello stile del compositore veneziano, era scarsamente considerato.
Non dobbiamo meravigliarci, quindi, se un autore celebre come Stravinskij, definiva Vivaldi “un musicista noioso che ha scritto seicento volte lo stesso concerto”.
Fortunatamente in anni recenti abbiamo assistito, da parte di alcune case discografiche, al tentativo di allargare gli orizzonti, proponendo composizioni inedite o raramente eseguite dell’autore veneziano.
Fra queste vi è sicuramente la Stradivarius che, di recente, ha pubblicato un cd che raccoglie due concerti, due trii e due sonate, rivolti al repertorio liutistico del Prete Rosso, eseguiti dal solista Massimo Lonardi, accompagnato dall’ensemble Conserto Vago.
I due concerti posti in apertura e chiusura del disco, presentano un organico che, oltre al liuto, prevede una viola d’amore, archi e basso continuo (RV 540 in re minore) e due violini e basso continuo (RV 93).
Nei Trii, in sol minore RV 85 e in do maggiore RV 82, gli altri due strumenti sono il violino ed il basso continuo, mentre nelle Sonate RV 22 ed in RV 24, entrambe in sol maggiore, il liuto svolge la funzione di basso continuo.
Dopo aver ascoltato l’incisione, va innanzitutto sottolineato ciò che afferma Franco Pavan nelle precise ed esaurienti note del libretto illustrativo, per quanto concerne il fatto che, contrariamente alle ipotesi finora maggiormente accreditate, quando Vivaldi scrisse queste musiche, il liuto non era assolutamente in fase di declino.
D’altronde, più si acquisiscono notizie, su autori o su periodi, dei quali si pensa di sapere ormai tutto e più ci si rende conto che molti capitoli della storia della musica andrebbero riscritti da cima a fondo.
Per quanto riguarda gli interpreti, la parte preponderante è naturalmente svolta da Massimo Lonardi, che utilizza, a seconda delle circostanze, un arciliuto in sol, copia di un Matteo Sellas costruito da Stefano Solari nel 1992, e un arciliuto in la, di Juan Carlos Soto (Cremona 1997) che ha preso spunto da uno strumento di anonimo italiano della prima metà del XVII secolo.
La sua esecuzione risulta di grandissimo spessore e fornisce inoltre un punto a favore dei sostenitori delle cosiddette “copie”, strumenti costruiti in tempi recentissimi, seguendo nei dettagli costruttivi quelli più antichi e famosi, e quindi frutto di serissimi studi filologi.
Certo, non avranno probabilmente il fascino degli originali e qualche musicologo potrà anche non essere affatto convinto della loro efficacia ma, prendendo ad esempio questo cd, dove gli altri due solisti (il violista Ernest Braucher ed il violinista Marino Lagomarsino), così come la maggior parte dei costituenti dell’ensemble Conserto Vago, suonano su accurate copie di strumenti famosi, il risultato ottenuto appare di elevatissimo livello e smentisce ogni tipo di perplessità.
In conclusione il disco della Stradivarius presenta vari pregi, fra i quali, non ultimo, quello di porci di fronte ad un Vivaldi sicuramente meno scontato e “popolare” del solito.

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