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Breve storia del Conservatorio di Napoli

Dagli orfanotrofi del Cinquecento al S. Pietro a Majella

Il termine “conservatorio”, deriva dal verbo latino “conservare”, usato nel significato di salvare, preservare.

Infatti le più antiche istituzioni del genere nacquero come opere di carità che accoglievano bambini orfani o poveri per dare loro un’istruzione ed avviarli ad una professione.

La trasformazione in scuole musicali avvenne nel Seicento, quando gli artisti cominciarono ad essere molto richiesti dal mercato.

A Napoli, a partire dal Cinquecento, sorsero ben quattro orfanotrofi, divenuti poi Conservatori.

Il primo si deve, nel 1535, a “mastro” Francesco, conciatore di pelli o calzolaio e prese il nome di S. Maria di Loreto, da una cappella adiacente, dedicata alla Madonna di Loreto.

I ragazzi ospitati indossavano una divisa bianca con un cappello rigido a falda larga ed il passaggio a Conservatorio avvenne nella prima metà del Seicento.

Fra i suoi allievi e docenti famosi ricordiamo Alessandro Scarlatti, Durante e Porpora.

Alla fine del Cinquecento risale, invece, l’attività del S. Onofrio a Porta Capuana, che faceva capo agli artigiani ed ai commercianti di stoffe.

La divisa degli ospiti era simile a quella del S. Maria di Loreto nella forma, ma mantellina e cappello erano di colore marrone.

Come Conservatorio, il S. Onofrio partecipò, a cavallo fra Seicento e Settecento, alla stagione più florida della musica napoletana, grazie alla presenza di autori quali  Leo, Cotumacci ed Insanguine.

Più frammentarie le notizie riguardanti il terzo orfanotrofio, quello dei Poveri di Gesù Cristo, fondato da un terziario francescano.

In questo caso la divisa era rossa con mantellina e cappello azzurro, come i colori della veste di Cristo.

Chiuso agli inizi del Settecento, per gravi fatti di cronaca nera, ebbe in Pergolesi il docente più prestigioso.

Quarto ed ultimo, l’orfanotrofio di S. Maria della Pietà, che per gli orfani aveva scelto una divisa di colore turchino, per cui divenne noto come “Pietà dei Turchini”.

Sicuramente il più organizzato di tutti, si trasformò in Conservatorio nel 1622 e, nel momento di massimo splendore, annoverò come docenti Provenzale, Fago e Leo.

Dopo i moti rivoluzionari del 1799, tre dei quattro conservatori furono chiusi e rimase soltanto quello dei “Turchini”, troppo piccolo per fare fronte alla nuova situazione.

Per tale motivo, nel 1808 tutto fu trasferito nell’ampio convento delle Dame di San Sebastiano e, dopo la restaurazione borbonica, Francesco I nel 1826 ordinò un ulteriore spostamento nell’antico convento dei Padri Celestini, Ordine fondato da Celestino V quando si ritirò sulla Majella.

Da quel momento si parlò, quindi, di Conservatorio di S. Pietro a Majella, nome con il quale è giunto fino ai nostri giorni.