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Stanford: Sinfonie n. 4 e n. 7

La Naxos apre il ciclo dedicato all'integrale delle sinfonie dell'autore irlandese

Figlio unico di un insigne avvocato, sir Charles Villiers Stanford nacque a Dublino nel 1852.

Fin da piccolo mostrò un grande talento musicale per cui, dopo aver iniziato a studiare in Irlanda, riuscì ad entrare nel Queens’ College di Cambridge e, successivamente, ricoprì anche la carica di organista al Trinity College.

Si perfezionò in Germania con Reinecke e Kiel e, nel 1883, cominciò la sua prestigiosa carriera di docente al Royal College of Music, istituzione nata in quegli anni, dove insegnò composizione fino al 1923 ed ebbe fra i suoi allievi autori quali Holst, Bridge e Vaughan-Williams.

Ricordiamo, inoltre, che diresse alcuni importanti cori, come quello della Leeds Philharmonic Society, innalzandone decisamente il livello.

Tutte queste attività, se da una parte accrebbero la sua fama, al punto che fu nominato baronetto nel 1902, finirono per offuscare la sua notorietà come compositore.

Stanford, infatti, nei paesi anglosassoni, viene ricordato soprattutto per il repertorio sacro, ancora oggi utilizzato per accompagnare le funzioni liturgiche anglicane, a dispetto di una produzione che abbracciò vari generi, compreso quello operistico (al quale teneva moltissimo).

Un posto di un certo rilievo occupano anche le sue sette sinfonie, scritte fra il 1875 ed il 1911 e da poco oggetto dell’interessamento della Naxos, che ha deciso di pubblicarne l’integrale, un’iniziativa finora portata avanti solo una volta, da una casa britannica a cavallo fra gli anni ‘80 e ‘90 del secolo scorso.

Il disco con il quale la Naxos ha aperto il ciclo comprende la Sinfonia n. 4 in fa maggiore, op.31 e la Sinfonia n. 7 in re minore, op. 124.

La prima risale al 1888, ebbe la prima a Berlino nel 1889 ed è di chiara matrice brahmsiana, mentre la seconda fu composta nel 1911 e si avvicina più a Mendelssohn.

Va innanzitutto osservato come, in particolar modo nella “Settima”, il contenuto musicale sia abbastanza fuori dal tempo, poiché Stanford non aveva alcuna simpatia nei confronti delle nuove correnti che già cominciavano a percorrere l’Europa.

In tal modo finì con il ritrovarsi emarginato, arrivando al paradosso che, quanto più si accrebbe il suo prestigio come figura carismatica della cultura britannica, tanto più diminuì la sua popolarità di compositore.

Un declino provocato dalla contemporanea presenza di alcuni autori “progressisti” che, ironia della sorte, erano stati suoi alunni e di Elgar, bandiera del pubblico patriottico e nazionalista.

Eppure, come si evince anche dal cd della Naxos, lo stile di Stanford non è privo di una certa originalità, frutto di un sapiente connubio fra la lezione dei grandi autori dell’Ottocento e la tradizione folcloristica irlandese, per cui la sua musica risulta immediatamente riconoscibile, a differenza di quella della maggior parte dei compositori inglesi del periodo.

E tale peculiarità emerge molto bene dall’interpretazione della Bournemouth Symphony Orchestra, diretta da David Lloyd-Jones, una compagine di grandissimo livello che fornisce un’esecuzione precisa e molto raffinata, iniziando nel migliore dei modi questo ciclo dedicato ad un autore troppo a lungo sottovalutato.

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