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Lloyd: Sinfonie n.1 e n. 12

L’AUTORE BRITANNICO DIRIGE SÈ STESSO IN UN SACD IBRIDO DELLA ALBANY RECORDS

Si può dire che, dopo Händel, fra l’altro inglese solo di adozione, per avere nel Regno Unito un compositore di respiro internazionale abbiamo dovuto attendere la parte finale dell’Ottocento.

Nel suddetto periodo, infatti, sono nati e si sono affermati autori del calibro di Stanford, Parry, Elgar, Holst e Vaughan Williams, quest’ultimo giunto a superare, sebbene di poco, la metà del Novecento.

Grazie a loro è stato possibile parlare finalmente di una scuola britannica, che si è poi ben sviluppata lungo l’intero arco del secolo scorso, facendo emergere, oltre a musicisti di fama mondiale, come Britten e Walton, figure meno note ma altrettanto valide.

Una di queste è sicuramente George Lloyd (1913-1998), che fu anche un ottimo direttore d’orchestra e, malgrado una serie di malanni fisici che lo accompagnarono lungo l’intera vita, nonché un incidente bellico, le cui conseguenze lo tennero lontano dalla realtà musicale per quasi vent’anni, riuscì a raggiungere gli 85 anni.

Recentemente la Albany Records (distribuita in Italia da Milano Dischi) ha trasferito, su SACD ibrido, un cd registrato nel 1990, dove Lloyd dirigeva la prima e l’ultima (dodicesima) delle sue sinfonie, alla testa dell’Orchestra Sinfonica di Albany.

Si tratta di un documento di grande interesse, attraverso il quale è possibile apprezzare innanzitutto il cammino stilistico del compositore.

Fra la Sinfonia n. 1, che risale al 1932 e la Sinfonia n. 12, completata nel 1989, intercorre un periodo molto ampio, che ha visto una radicale trasformazione della musica classica.

I due lavori, quindi, non possono che essere differenti e, se nella composizione d’esordio (in un solo movimento, una novità per la musica inglese di allora), oltre all’influenza di Elgar, si riscontrano echi di Mahler, Nielsen ed anche riferimenti alla musica francese e a quella operistica italiana, nella Sinfonia n. 12 vi è un po’ di tutto, dal romanticismo tedesco a Stravinskij, passando anche per autori statunitensi come Hanson.

In alcuni tratti, quindi, l’ultima sinfonia risulta meno al passo con i tempi rispetto alla prima, ma ciò che conta maggiormente è la fedeltà dimostrata da Lloyd nei confronti della tonalità, lungo l’arco dell’intera produzione, per cui la sua musica risulta di piacevole ascolto, oltre ad essere sostenuta da una scrittura ben articolata.

Non la pensavano così i critici del dopoguerra, che hanno etichettato Lloyd come autore di “retroguardia” e, in quanto tale, meritevole di scarsa considerazione.

Nonostante una lenta “riabilitazione”, avvenuta a partire dall’inizio degli anni ‘70, l’ultima parte della carriera artistica di Lloyd si è svolta principalmente negli USA, consolidata da una stretta collaborazione con l’Orchestra Sinfonica di Albany, dedicataria anche della Sinfonia n. 12.

E qui emerge prepotentemente un altro aspetto fondamentale dell’incisione, quello relativo al Lloyd direttore che, disponendo di una compagine dalle grandi potenzialità, ha stabilito con essa un affiatamento eccezionale, dando vita a fortissime sinergie.

L’orchestra appare quindi ben strutturata in ogni sua sezione, molto versatile e caratterizzata da un suono nitido e ricco di sfumature.

In definitiva siamo di fronte ad un ottimo SACD ibrido, che ha il grande merito di proporre un musicista britannico del Novecento, nella duplice veste di compositore e direttore, ed una prestigiosa realtà orchestrale statunitense.