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"Alidoro" al Teatro Mercadante di Napoli

GRANDE SUCCESSO DELLA PRIMA ESECUZIONE IN TEMPI MODERNI DELL'OPERA DI LEONARDO LEO, ALLESTITA DALL'ORCHESTRA DELLA PIETA' DEI TURCHINI DIRETTA DA ANTONIO FLORIO

Leonardo Leo (1694-1744) rappresenta una delle figure più prestigiose di un irripetibile stagione che vide Napoli fra i maggiori centri musicali d’Europa.

Nato nell’odierna S. Vito dei Normanni (Br), si spostò nella città partenopea dove studiò al Conservatorio della Pietà dei Turchini, avendo fra i suoi maestri Nicola Fago.

Esordì molto giovane come compositore, mostrando grandi capacità, sia nel repertorio sacro che in quello profano, con una predilezione per il genere buffo.

Contemporaneamente ricoprì numerosi incarichi come strumentista ed anche come docente al Conservatorio dove aveva studiato ed in quello di Sant’Onofrio a Porta Capuana, in un periodo in cui a Napoli erano attivi ben quattro conservatori.

La sua fama si diffuse anche fuori dai confini cittadini e molti dei suoi lavori furono allestiti con successo a Roma, Bologna, Venezia oltre che nel resto d’Europa.

Purtroppo, nonostante una pregevole produzione, di grande importanza nell’ambito del Settecento napoletano, Leonardo Leo è oggi un autore scarsamente conosciuto e poco eseguito.

A tal proposito va dato atto al maestro Antonio Florio ed alla sua Cappella della Pietà dei Turchini, di essere stati fra i pochi, in questi anni, a rivolgere una certa attenzione nei confronti dell’autore napoletano.

Buon ultimo il recentissimo allestimento della “commedia per musica” in tre atti intitolata “Alidoro”, frutto di una co-produzione portata avanti insieme al Teatro Petruzzelli di Bari ed al Teatro Valli di Reggio Emilia, dove l’opera ha esordito il 10 febbraio in prima mondiale (con replica il 12), per poi conoscere la sua “prima” esecuzione napoletana in tempi moderni al Teatro Mercadante il 16 febbraio.

Per questo lavoro, scritto nella sua piena maturità artistica, Leo si avvalse della collaborazione del librettista Gennarantonio Federico, già autore dei testi della “Serva padrona” e del “Flaminio” di Pergolesi, che gli confezionò una vicenda abbastanza intricata, con la presenza di sette personaggi appartenenti a differenti classi sociali.

La storia ruota intorno a Luigi, un borghese che, per stare vicino alla sua amata Faustina, si fa chiamare Ascanio e presta i suoi servigi come cameriere del nobile Don Marcello.

Quest’ultimo, figlio di Giangrazio, è promesso a Faustina ma non la vorrebbe sposare poiché è innamorato della taverniera Zeza.

Il fatto è a conoscenza di Luigi/Ascanio, che cerca di favorire questa sua passione e distogliere quindi l’attenzione del suo padrone da Faustina.

Ma Zeza è fidanzata con il mugnaio Meo e non ne vuole sapere di Don Marcello, pur rendendosi conto che è un buon partito.

Si diverte, comunque, ad illuderlo, facendo ingelosire nel contempo il suo amato.

Intanto anche Giangrazio, intervenuto per sondare il terreno e allontanare il figlio da un pericoloso matrimonio con una donna di ceto inferiore, finisce per invaghirsi di Zeza.

Come se non bastasse, c’è anche Elisa, sorellastra di Faustina, che ha perso la testa per Ascanio ed è combattuta fra i sentimenti nei suoi confronti e i problemi legati alla differenza di classe e, non corrisposta, in seguito si vendica facendo in modo che Ascanio sia licenziato.

Come al solito tutto si risolverà nelle scene conclusive, quando Ascanio verrà prima assunto direttamente da Giangrazio con l’incarico di fare da mediatore con Zeza e successivamente sarà sfidato a duello da Don Marcello.

Ferito alla spalla, mostrerà una voglia a forma di ali, lo stesso segno che contraddistingueva Alidoro, figlio del quale Giangrazio aveva perso le tracce, per cui, alla fine, tutto tornerà su binari normali, con Meo e Zeza da una parte e Luigi/Ascanio/Alidoro e Faustina dall’altra, che coroneranno il loro sogno d’amore e Don Marcello ed Elisa che rimanderanno la sistemazione ad incontri con gente del loro rango.

Fra le pieghe di questa trama abbastanza complicata, trova posto una satira non troppo velata nei confronti dei nobili, che si ricordano di appartenere ad una classe sociale privilegiata solo quando fa loro comodo, non disdegnando di frequentare spesso bettole e taverne, lì intrattenendosi, come fa Don Marcello, in passatempi tipicamente “plebei” come il gioco della morra.

Il tutto è supportato da un testo che mette a confronto diversi linguaggi (Don Marcello e Giangrazio parlano toscano, Meo e Zeza napoletano e gli altri si esprimono in italiano) ed accompagnato da una musica che, a seconda delle circostanze, attinge ora all’opera buffa, ora all’opera seria.

Da ciò si deduce, e qui veniamo alla rappresentazione alla quale abbiamo assistito, che un buon allestimento non può prescindere dalla presenza di un ensemble specializzato nel repertorio settecentesco.

E, da questo punto di vista, l’Orchestra Barocca Cappella della Pietà de’ Turchini, diretta da un concentratissimo Antonio Florio, è apparsa la più adatta per recuperare dall’oblio un’opera del genere.

Da parte loro, anche i cantanti si sono calati pienamente nei rispettivi personaggi, a cominciare da Maria Ercolano e Maria Grazia Schiavo (nella foto di Alfredo Anceschi), bravissime nel dare vita alla coppia Luigi-Faustina.

A Francesca Russo Ermolli è invece toccato il ruolo della dubbiosa e poi vendicativa Elisa, mentre Valentina Varriale ha disegnato una Zeza frizzante e simpatica.

Completavano il cast i baritoni Gianpiero Ruggeri (Meo) e Francesco Morace (Giangrazio) ed il tenore Giuseppe De Vittorio (Don Marcello), tutti artisti di provata esperienza.

La presenza di un gruppo così affiatato ha contribuito al successo della rappresentazione (purtroppo circoscritta ad una sola serata), seguita da un pubblico entusiasta, che ha gremito il Teatro Mercadante, applaudendo a più riprese i protagonisti.

Ricordiamo, infine, che la regia era affidata ad Arturo Cirillo, con una scenografia alquanto minimalista, che puntava soprattutto sui giochi di luce.

In conclusione, ci preme sottolineare come, in uno dei periodi più bui che la città abbia mai vissuto a partire dal dopoguerra, vi sia ogni tanto un flebile segnale, quale questo evento di notevole portata storico-musicale, atto ad alimentare quel residuo di speranza che ancora sopravvive.