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I canti della Messa domenicale fra parodie e banalità

CHE BELLA QUELLA MESSA, SEMBRA QUASI UNO SHOW!

All’indomani dell’elezione di Benedetto XVI, fra le tante illazioni che sono state fatte riguardo ai cambiamenti che il nuovo pontefice avrebbe progressivamente introdotto, si è parlato insistentemente anche di un eventuale ripristino del canto gregoriano nell’accompagnamento delle Messe domenicali.

La notizia, che appare abbastanza priva di senso logico (il gregoriano è sicuramente un patrimonio da salvaguardare ma non può essere imposto), ci offre però l’opportunità di trattare un argomento che pochi amano affrontare, quale quello dei canti eseguiti durante le funzioni religiose.

Una prima osservazione da fare è che le indicazioni del Concilio Vaticano II sono state spesso interpretate disinvoltamente anche in materia musicale, approfittando di un disinteresse generalizzato e di una scarsa competenza e sensibilità (delle alte sfere, ma non solo), su un tema considerato, a torto, di carattere secondario.

E, quando sono state poste limitazioni, lo si è fatto con scarsissima lucidità, giungendo al parossismo di vietare i concerti di musica classica in quelle stesse chiese dove, la domenica, i fedeli intonano canti che non verrebbero ammessi nemmeno allo “Zecchino d’Oro”.

In realtà, per attirare i fedeli più giovani, la Messa è stata trasformata spesso in uno show, dimenticando che si tratta innanzitutto di una funzione religiosa e, in quanto tale, meritevole di essere accompagnata da un appropriato repertorio, possibilmente originale.

Proprio l’originalità è quella che fa maggiormente difetto e, se facciamo una breve ricognizione, ci rendiamo conto che molti dei motivi usualmente utilizzati appartengono al repertorio della chiesa protestante o sono tratti da brani di musica classica.

Esempio del primo tipo, lo splendido e celeberrimo Noi canteremo Gloria a te, che si canta ormai da tempo immemorabile, la cui musica deriva da Old hundredth Psalm del britannico Vaughan Williams, a sua volta arrangiamento di un brano del Salterio protestante di Ginevra del 1551.

Per il secondo ricordiamo l’altrettanto famosa Marcia n. 1 in re maggiore, op. 39 di Elgar (da Pomp and Circumstance) che, avvalendosi dei testi di Christopher Benson, fu riproposta dall’autore inglese nel finale della Coronation Ode, op. 44 con il titolo Land of Hope and Glory ed è giunta nelle nostre chiese trasformata in “Santa Chiesa di Dio”.

Fin qui nulla da eccepire (si fa per dire) in quanto siamo ancora in ambiti classico-religiosi.

Ci chiediamo invece, tanto per gradire, quale mente fertile abbia deciso di servirsi di Sounds of Silence, motivo di Paul Simon, tratto dalla colonna sonora del film Il laureato, per accompagnare le parole del Padre Nostro.

Eppure gli autori nostrani non mancano, e basterebbe orientarsi verso i brani scritti da don Giosy Cento e monsignor Marco Frisina, solo per fare i nomi di due solidi compositori che, pur avendo un discreto seguito, meriterebbero maggiore attenzione.

D’altronde anche i giornali cattolici non aiutano molto, se si pensa che, quando esiste una apposita rubrica, solitamente è rivolta alla musica leggera, raramente alla classica e quasi mai alla sacra, ad eccezione del quotidiano Avvenire e dei mensili Jesus ed Informazione Vincenziana (in quest’ultimo caso con una rubrica curata dal sottoscritto).

Il nostro augurio finale è che il nuovo pontefice abbia anche il tempo di affrontare questo argomento, non certo per imporre un anacronistico ritorno del gregoriano, ma per fornire utili indicazioni in un campo da troppo tempo in balia delle mode del momento e di una diffusa banalità che, abbassando di molto la sacralità del rito, hanno contribuito ad allontanare molti fedeli dalle funzioni domenicali.