Questo sito contribuisce alla audience di

GERSHWIN: INTEGRALE DEI BRANI PER PIANOFORTE E ORCHESTRA

DALLA BRIDGE RECORDS UNA SCINTILLANTE INTERPRETAZIONE DELLA PIANISTA ANNE-MARIE MCDERMOTT, ACCOMPAGNATA DALL’ORCHESTRA SINFONICA DI DALLAS DIRETTA DA JUSTIN BROWN

George Gershwin (1898-1937) può essere considerato l’autore statunitense che è riuscito meglio a coniugare i ritmi afro-americani con la musica colta.

Senza dubbio l’infanzia, trascorsa nei quartieri più popolari di New York, gli permise di assorbire una vasta gamma di suoni ed umori che riversò nelle sue opere.

Ma non dobbiamo dimenticare quello che è il segreto del suo successo, ovvero l’aver creato uno stile unico e facilmente recepibile da chiunque.

Un cd della Bridge Records (distribuito da Milano Dischi), ripercorre alcune tappe salienti della carriera artistica di Gershwin, proponendo l’integrale dei suoi brani per pianoforte ed orchestra.

A tal proposito, è curioso constatare come ognuno dei pezzi proposti abbia alle spalle una storia particolare, legata al mondo dello spettacolo statunitense di quel periodo, a cominciare dalla celeberrima Rapsodia in Blu, che impose il musicista all’attenzione mondiale.

Essa nacque in seguito alla richiesta di Paul Whiteman, che voleva da Gershwin un pezzo originale, per farlo interpretare alla sua orchestra di musica leggera.

Il compositore accettò di buon grado il compito, ma preso da numerosi impegni, dimenticò ben presto tutta la faccenda, fino al giorno in cui lesse sul giornale che, di lì ad un paio di settimane, un suo nuovo concerto per pianoforte sarebbe stato eseguito dall’orchestra di Whiteman.

Naturalmente non aveva scritto nemmeno una nota per cui, in preda al panico, si precipitò a contattare il direttore per risolvere in qualche modo la questione.

Dopo accese discussioni, i due giunsero ad un accordo, secondo il quale Gershwin, nei pochi giorni che mancavano all’appuntamento, si impegnava nella stesura della base musicale di una rapsodia per pianoforte e jazz band, forma molto più libera e meno impegnativa del concerto.

Al resto avrebbe pensato Ferde Grofé, uno dei più interessanti compositori del Novecento americano, che all’epoca era il fedele arrangiatore di Whiteman, nonché pianista della sua orchestra.

Il pezzo, con Gershwin al pianoforte (che improvvisò, non avendo avuto il tempo di scrivere la partitura), fu presentato nel 1924 alla Aeolian Hall di New York e conobbe immediatamente un successo strepitoso, al punto che Grofé ne curò una nuova versione per orchestra sinfonica, che è poi quella a noi più nota, mentre Gershwin ne fornì un’altra per due pianoforti.

Molto differente la storia della Seconda Rapsodia, composizione che risale al 1932.

In questo caso il materiale di partenza derivava dalla colonna sonora della commedia musicale della Fox “Delicious” (La piccola emigrante, 1931), alla quale Gershwin aveva lavorato insieme al fratello Ira.

La collaborazione con la major fu poco soddisfacente e si risolse nell’acquisizione di quattro canzoni e di un minuto extra, appartenente ad una New York Rhapsody, originariamente di sei minuti.

Proprio quest’ultimo pezzo venne ampliato e ribattezzato prima Rhapsody in Rivets (dove per rivets si intendono i rivetti, oggetti che, tramite l’uso di un martello pneumatico, hanno la funzione di congiungere fra loro le strutture metalliche dei grattacieli), poi New York Rhapsody o Manhattan Rhapsody, ed infine acquisì il nome con il quale è oggi conosciuto,

Ad ogni modo la composizione, pur essendo sicuramente interessante, non riuscì mai a raggiungere la notorietà e la diffusione della “sorella maggiore”.

Il disco prosegue con le Variazioni su “I got rhythm” (1934), basate sull’omonimo motivo, scritto nel 1930 per il musical Girl Crazy (recentemente riproposto in Italia al grande pubblico, nell’ambito della pubblicità di una marca di biscotti).

La versione proposta nell’occasione è quella curata nel 1953 da William Schoenfeld, che inserì clarinetti e sassofoni ed aumentò le parti dei fiati, arricchendo una cornice nel cui ambito si muove il pianista, chiamato ad un elevato virtuosismo.

La conclusione del cd è rivolta al Concerto in fa per pianoforte e orchestra (1925), commissionato a Gershwin dalla New York Symphony Society, su suggerimento del direttore tedesco Walter Damrosch.

Anche per questo brano, la prima ipotesi di titolo, poi caduta, si era orientata su New York Concerto, supportata dal fatto che i tre movimenti della composizione sono attraversati da ritmi, quali il charleston ed il blues, rispecchianti il tipo di vita ed i divertimenti legati ad una grande città americana dell’epoca.

Il concerto ha conosciuto un discreto e costante successo negli USA, poiché per la sua particolare natura può essere inserito sia in cartelloni “classici” che in serate “jazz”, ambivalenza che ha invece finito per penalizzarlo sul mercato europeo.

E veniamo agli interpreti, partendo dalla pianista statunitense Anne-Marie McDermott.

Il suo Gershwin riesce ad essere, al tempo stesso, scintillante, energico, incisivo e mai sopra le righe, anche quando potrebbe lasciarsi andare maggiormente all’improvvisazione.

Si nota, nella esecuzione dei vari pezzi, un rigore ed una fedeltà al testo originale, che ci restituisce l’essenza e la grandiosità della musica del compositore americano.

Non le è da meno l’Orchestra Sinfonica di Dallas che, guidata da Justin Brown, interagisce alla perfezione con la solista, dando vita ad un’incisione di elevatissimo livello.

In definitiva il cd della Bridge Records risulta estremamente gradevole, caratterizzato da brani ottimamente eseguiti e possiede l’ulteriore pregio di racchiudere, in un colpo solo, l’intera produzione per pianoforte ed orchestra di Gershwin.