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Il Quartetto per la fine del Tempo

Nacque nel campo di concentramento di Görlitz uno dei capolavori di Olivier Messiaen

Fra le composizioni del musicista francese Olivier Messiaen (1908-1982), il Quatuor pour la fin du Temps (Quartetto per la fine del Tempo) occupa un posto di sicuro riguardo.

Quando si ascolta questo capolavoro della musica del Novecento, non si può fare a meno di pensare al contesto in cui è nato ed è stato inizialmente eseguito, ovvero il campo di concentramento di Görlitz in Slesia.

Lì l’autore era internato, nel 1940, insieme ad altri 30.000 soldati, in prevalenza connazionali, catturati dalle truppe tedesche.

Tra i suoi compagni di prigionia c’erano il violinista Jean Le Boulaire, il clarinettista Henry Akoka e il violoncellista Étienne Pasquier.

La presenza di bravi musicisti, e di un noto compositore, giunse all’orecchio dei responsabili del lager, che chiesero a Messiaen di scrivere un trio.

Al proposito si narra che, mentre le Boulaire e Akoka, quando erano stati fatti prigionieri, avevano lo strumento con loro, Pasquier ne era privo.

Doveva quindi recuperare un violoncello e, dopo aver reperito miracolosamente i fondi necessari, ebbe il permesso di recarsi, scortato, da un liutaio di Görlitz per acquistarlo.

Il caso volle, poi, che Messiaen, mentre lavorava alla ristrutturazione di una baracca destinata a diventare un teatro per i prigionieri, trovò un pianoforte, malconcio, ma ancora utilizzabile.

Il trio divenne così un quartetto e, dopo numerose prove, il 25 gennaio 1941, il brano conobbe la prima esecuzione, nello Stalag VIII-A (nella foto), con lo stesso Messiaen al pianoforte, davanti a 400 infreddoliti prigionieri di tutte le classi sociali e a numerosi ufficiali tedeschi.

La composizione, che da quel momento ha conosciuto una costante notorietà, risulta divisa in otto movimenti, ognuno dei quali presenta un personaggio o una vicenda riportati nell’Apocalisse di S. Giovanni.

Dal punto di vista musicale, il Quartetto è attraversato da uno stile caratteristico del Novecento, con un linguaggio non sempre facile da recepire, ma che rende piuttosto bene le suggestioni riguardanti la fine del mondo.

Le righe conclusive le dedichiamo al titolo, che possiede almeno altri due significati, oltre a quello strettamente apocalittico.

Il primo è relativo alla fine delle “variazioni e divisioni, sottese al ritmo, che nell’eternità non avranno più senso”, come teneva a precisare l’autore nel descrivere la sua composizione, il secondo risulta collegato alla speranza che la guerra potesse terminare quanto prima.