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Ferdinando Turrini: Sei sonate per cembalo

In prima mondiale le partiture del compositore lombardo conservate nella Raccolta Fini, in un’edizione critica curata da Giusy De Berardinis e pubblicata dalla LIM

Copertina libro turriniDopo aver inciso in prima mondiale, nel 2005, per la casa discografica Fabula Classica, le sonate per cembalo-pianoforte di Ferdinando Turrini, tratte dalla Raccolta Fini e dalla Raccolta Clementi, Giusy De Berardinis ha da poco pubblicato con la LIM (Libreria Musicale Italiana) di Lucca, l’edizione critica relativa alle Sei sonate della Raccolta Fini, basata sul confronto tra i tre manoscritti esistenti.

Il volume rappresenta, quindi, il naturale completamento di una parte dello studio portato avanti dalla clavicembalista, pianista, docente e ricercatrice, su un autore tanto interessante quanto attualmente ancora non sufficientemente rivalutato, offuscato inoltre dalla fama del suo famoso zio Ferdinando Bertoni, al punto da guadagnarsi l’appellativo di “Bertoncino” o, in seguito alla cecità che lo colpì, il soprannome sicuramente indelicato, di “Bertoni l’Orbo”.

Lasciamo ora la parola alla professoressa De Berardinis, riportando la sua introduzione al volume e alcune notizie salienti sulle sonate oggetto della pubblicazione.

Introduzione

Di Ferdinando Gasparo Turrini (Salò, 26 febbraio 1745 - Brescia, 11 gennaio 1829) la musicologia si è occupata finora marginalmente.

La sua formazione musicale si compì a Venezia sotto la guida dello zio, il celebre Ferdinando Bertoni, al quale fu affidato in giovane età e sarà in seguito associato sotto il profilo onomastico, venendo spesso soprannominato ‘Bertoni’ o ‘Bertoncino’.

Secondo quanto attestato da Carlo Gervasoni le sue doti musicali furono eccezionali:

Indefesso nell’esercizio sui più scelti pezzi dei migliori maestri e nelle lettura delle migliori opere teoriche dell’Arte fece in pochi anni una riuscita prodigiosa.

Il vero stile da organo legato e fugato, e con i più ingegnosi artifizi, a lui divenne in breve tempo oltre modo familiare.

Non avea ancora diciotto anni, che più non conosceva difficoltà alcuna tanto nell’intavolatura, che nell’accompagnamento del cembalo e dell’organo, Il suo zio Ferdinando Bertoni maestro di cappella di S. Marco a Venezia gli usò assistenza e protezione; e con questo valido mezzo giunse altresì ad ottenere un posto di accompagnatore al cembalo in uno de’ principali teatri di quella città.

Compose quindi diverse Farse teatrali e molti pezzi da chiesa e da camera, i quali eccitarono il più vivo entusiasmo.

Nel 1766 ottenne il posto di organista presso la Basilica di Santa Giustina a Padova, dove restò ininterrottamente almeno fino al 1797, malgrado fosse divenuto cieco dal 1773 per cause sconosciute. Durante questo periodo Turrini si dedicò evidentemente alla composizione di opere liturgiche e organistiche, la maggior parte delle quali è purtroppo andata persa.

L’abilità di Turrini come organista e la sua totale dedizione alla musica sono documentate con particolare sensibilità da una rara testimonianza personale sul compositore del poeta inglese William Beckford, in visita a Padova, in una lettera del 7 settembre 1780:

I left them hard at work, taking more exercise than had been their lot for many a day; and, mounting into the organ gallery, listened to Turini’s music with infinite satisfaction.
The loud harmonious tones of the instrument filled the whole edifice; and, being repeated by the echoes of its Iofty domes and arches, produced a wonderful effect.

Turini, aware of this circumstance, adapts his compositions with great intelligence to the pIace, and makes his slave, the organ, send forth the most affecting, long-protracted sounds, which languish in the air, and are some time a-dying.

Nothing can be more original than his styIe. Deprived of sight by an unhappy accident, in the flower ofhis days, he gave up his entire soul to music, and scarcely exists but through its medium.

Nel 1797, anno dell’arrivo dei francesi a Padova, intervenne come testimone contro alcuni monaci di Santa Giustina in un processo intentato dai municipalisti.

Fu probabilmente questo il motivo per cui lasciò - o fu costretto a lasciare - il posto di organista della Basilica e tornò a Brescia, dove svolse anche attività didattica.

Tra i suoi allievi vi furono affermati compositori quali Gaetano Valeri, Bartolomeo Bresciani, Sebastiano Nasolini, Antonio Miari.

La memoria vergata nel 1837 dall’erudito bresciano Giuseppe Brunati riassume con accuratezza le straordinarie qualità di Turrini esecutore, compositore e insegnante:

Suonatore di cembalo e di organo, compositore, dettatore di regole di contrappunto, si può dire che in sé accogliesse tutta la dottrina musica.

Il suo suonare era preciso, animato e pieno di grazia. Il suo portamento leggiadro ed atto ad eseguire i passi più difficili colla massima compostezza. Quantunque cieco e storpio di una mano noi l’abbiamo udito scorrere il pianoforte mirabilmente e toccarci l’anima con note magistrali, improvvisando anche talora pellegrini passaggi e sonate che sembravano scritte. Trattò l’organo in modo dignitoso e sublime. E chi non conobbe per fama l’organista di S.ta Giustina?

Compose trenta sonate e cinque concerti per cembalo, tutti di uno stile originale e vario tra loro. Vi si ammira copia d’invenzione, sentimento, spirito, vaghezza di condotta. Vi domina singolarmente il dolce patetico.(…)

Aggiunse il fiorito al profondo e temperò la severità dello stile antico colla eleganza del moderno. (…) li suo contrappunto consta di poche regole, ma generali e stabili, che vale a dire, vere regole. Pel rimanente egli proponeva per esemplari a’ discepoli i buoni autori.

Dava egli la vera idea delle consonanze e delle dissonanze, della preparazione, risoluzione e maneggio di quest’ultime, dei loro rivolti, della natura dei tuoni, e dei passaggi, cui ridusse alla massima semplicità.

Sotto la sua guida si formarono valenti maestri, fra’ quali un Valeri, un Nasolini, un Bresciani. I musici di Brescia debbono grande riconoscenza a lui, che introdusse in patria il bel modo di suonare d’intavolatura, e lo studio dei classici pressochè ignoti avanti la sua comparsa. Perché a ragione si può dire: un cieco venne ad illuminare le nostre tenebre.

La data di morte di Turrini è dibattuta.
Gli autori solitamente oscillano tra il 1812 e il 1819. Paolo Guerrini, invece, basandosi sul testo dell’epitaffio, da lui stesso rinvenuto nel cimitero di Brescia su una lapide oggi scomparsa, fissa la data al 1829.

Le sonate per il cembalo-pianoforte

“privo affatto qual sono fin dall’anno 1773 del più prezioso dei sensi la vista” scriveva Ferdinando Turrini nella toccante dedica a Muzio Clementi posta in prefazione alla stampa delle “Sonate per il cembalo-pianoforte”.

Non si può prescindere da questo evento drammatico della sua vita per comprenderne la musica e l’indole.

Questa menomazione di fatto inverte il normale rapporto tra il compositore e la sua creazione costringendolo non già ad elaborare in solitudine, sulla carta o alla tastiera, ma precisamente al processo inverso: il compositore suona, forse talora improvvisa le sue composizioni «d’una immensa fatica in dettandole» al copista che cerca di trascriverle con più o meno solerzia.

Consapevole che in questo delicatissimo passaggio molte delle sue intenzioni avrebbero potuto essere fraintese o addirittura perse, l’Autore si preoccupa di fornire indicazioni di carattere quasi psicologico all’andamento della sua musica: «Adagio pensieroso», «Allegro morbido e semplice», «Presto con disperazione», «Lento affettuoso», sono alcune delle diciture poste all’inizio dei tempi di sonata.

E tale era la necessità del Turrini di essere rappresentato fedelmente, che correda le sue composizioni anche di articolate tavole di abbellimenti, “a solo oggetto di spiegare nel migliore modo possibile la sua intenzione”, come avverte l’editore.

La riscoperta delle sonate Fini, databili intorno al 1798, restituisce al patrimonio della musica italiana un’importante testimonianza del delicato momento di passaggio dal clavicembalo al pianoforte.

L’opera consta di sei sonate, due delle quali, precisamente la prima e la terza, sono state poi riprese, leggermente modificate ed inserite nel fascicolo intitolato Sonate per il Cembalo-Pianoforte dedicato a Muzio Clementi e stampato dalla tipografia Ubicini a Milano nel 1807.