Questo sito contribuisce alla audience di

Turrini: Sonate per il cembalo-pianoforte

Giusy De Berardinis esegue in prima mondiale alcuni brani del compositore lombardo

Foto copertina cd TurriniRecentemente la professoressa Giusy De Berardinis ha pubblicato, per la LIM (Libreria Musicale Italiana) di Lucca, l’edizione critica relativa alle Sei sonate di Ferdinando Gasparo Turrini, tratte dalla Raccolta Fini.

In precedenza quattro di questi brani, insieme a tre delle “Dodici sonate per il Cembalo-Pianoforte”, appartenenti ad una raccolta di “Sonate per il Cembalo”, dedicate a Muzio Clementi e risalenti al 1807, erano stati oggetto di una registrazione in prima mondiale della Fabula Classica, curata dalla stessa De Berardinis.

Ma, prima di approfondire questa incisione, che rappresenta un assoluto punto di riferimento per chi voglia conoscere Turrini, è indispensabile fornire alcune notizie salienti su un grande compositore lombardo, attivo fra la seconda metà del Settecento e l’inizio dell’Ottocento.

Ferdinando Gasparo Turrini nacque a Salò nel 1745.

Sua madre era la sorella di Ferdinando Bertoni (1725-1814), autore noto soprattutto per aver musicato un “Orfeo”, utilizzando lo stesso libretto scritto da Calzabigi per “Orfeo ed Euridice” di Gluck.

Bertoni, già all’epoca molto noto ed apprezzato, si rese subito conto che il nipote possedeva uno spiccato talento musicale e lo prese come suo allievo a Venezia, dove risiedeva, per poi dargli una mano nell’iniziare una carriera che si preannunciava ricca di successi.

Fu in questo periodo che Ferdinando Gasparo, un po’ per riconoscenza nei confronti dell’illustre parente, un po’ perché quest’ultimo era famoso, iniziò a utilizzare il cognome dello zio al posto del suo, per cui venne soprannominato “Bertoncino” per evitare confusioni di sorta.

Il giovane Turrini divenne maestro di cembalo nei teatri veneziani e apprezzato operista, ma la sua fulgida carriera si interruppe nel 1773 quando, per motivi mai chiariti, fu colpito da cecità (e per questo, in seguito, venne spesso identificato con l’appellativo poco delicato di “Bertoni l’orbo”).

La sua attività proseguì, grazie allo zio che gli trovò un posto come organista alla Basilica di S. Giustina a Padova, ma è abbastanza ovvio che la menomazione fisica influenzò tutta la produzione successiva, frutto di notevoli elaborazioni mentali che precedevano la stesura definitiva dello spartito, affidata necessariamente alla buona volontà del collaboratore del momento.

Turrini portò avanti il suo incarico fino al 1797, anno in cui le truppe napoleoniche occuparono Padova e confiscarono i beni delle chiese, cacciando anche i monaci di S. Giustina.

Gli eventi politici suggerirono al musicista di spostarsi a Brescia, luogo più tranquillo ed anche vicino alla sua città natale.

Lì proseguì la sua attività di organista, anche se non si sa in quale chiesa, mancando documenti al proposito e, contemporaneamente, fu un insegnante molto stimato.

Questa parte finale della vita di Turrini trascorse senza grossi sussulti, al punto che perfino la data certa della sua morte, avvenuta nel 1829, è stata fissata solo in base a recenti acquisizioni.

Per quanto riguarda la produzione, quella giovanile è andata in gran parte dispersa, mentre sono arrivate a noi molte delle partiture dettate a terzi, ricche di aggiunte riguardanti indicazioni e consigli esecutivi, mediante i quali si sforzava di rendere le composizioni, trascritte da terzi, quanto più aderenti al suo pensiero.

Ritornando alle sonate presenti nel cd, la scrittura di Turrini risulta ancora molto legata allo stile cembalistico, ma alcuni passaggi, come quelli che prevedono note presenti esclusivamente sul fortepiano (dotato di una maggiore estensione rispetto al clavicembalo), indicano come il musicista lombardo intuisse le potenzialità dell’antenato del pianoforte.

Non è quindi un caso che le “Dodici sonate” vennero dedicate a Muzio Clementi, autore di opere didattiche ancora oggi alla base degli studi pianistici.

Se, per i dettagli dei brani presenti nel disco, vi rimandiamo all’esauriente libretto di accompagnamento, scritto dalla De Berardinis, ci piace invece dare sia qualche cenno sullo strumento utilizzato nella registrazione, che alcune notizie relative alla solista e alla sua esecuzione.

Per quanto riguarda il primo argomento, la scelta è caduta su uno “square fortepiano” del 1806, della John Broadwood and Son di Londra, appartenente alla collezione privata del professore aquilano Francesco Zimei.

Si è trattato di un abile compromesso, necessario per rendere l’esecuzione dei brani quanto più vicina alla realtà, poiché lo strumento è quasi coevo alle diverse composizioni e risulta privo del cosiddetto “scappamento”, un dispositivo presente nei fortepiani più evoluti e nei moderni pianoforti, che permette al martelletto di tornare automaticamente indietro dopo aver colpito la corda, a prescindere dalla posizione assunta dal tasto al quale lo stesso è collegato.

In riferimento a Giusy De Berardinis, va detto innanzitutto che è una pianista e clavicembalista di fama internazionale, vincitrice di numerosi concorsi, perfezionatasi con artisti del calibro di Kenneth Gilbert, Bob van Asperen ed Emilia Fadini e specialista nella prassi esecutiva relativa alla musica antica su strumenti d’epoca.

Attualmente si esibisce con frequenza come solista ed in formazioni da camera e svolge attività di ricerca in collaborazione con l’Istituto Abruzzese di Storia Musicale ed inoltre è docente di Pianoforte presso il Conservatorio “Umberto Giordano” di Foggia.

La sua interpretazione è sicuramente all’altezza della notorietà acquisita, mostrando la musicista di sapersi districare brillantemente nell’ambito delle diverse partiture, rese ancora più complesse dal tipo di strumento scelto per l’incisione.

Inoltre, ascoltando con attenzione il disco, si può comprendere come la registrazione sia stata preceduta da un lungo e approfondito lavoro di preparazione, sfociato anche nella redazione del già citato libretto di accompagnamento.

In conclusione un cd che riveste una grande importanza storico-musicale e si configura come un naturale complemento “pratico”, alla luce della recentissima pubblicazione dell’edizione critica relativa alle partiture delle Sei sonate della Raccolta Fini.

Commenti dei lettori

(Inserisci un commento - Nascondi commenti anonimi)
  • Christian

    01 Aug 2009 - 16:07 - #1
    0 punti
    Up Down

    Interessante! non lo conoscevo proprio..!
    Complimenti