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Offenbach: Les contes d’Hoffmann

La BelAir classiques propone, in un doppio DVD, un allestimento dell’opera lugubre, grottesco e di cattivo gusto

Foto  Racconti Hoffmann 1Offenbach lasciò incompiuta Les contes d’Hoffmann (“I racconti di Hoffmann”), sua unica opera seria, su libretto di Jules Barbier e Michel Carré, che fu rappresentata postuma nel 1881, dopo essere stata completata da Ernest Guiraud (lo stesso, per intenderci, che mise mano anche alla Carmen di Bizet).

Già alla sua “prima”, avvenuta a Parigi, il lavoro conobbe numerosi tagli e, da quel momento, iniziarono le vicissitudini di una partitura che ha subito numerose versioni, arrangiamenti e ricostruzioni filologiche, a mano a mano che riemergevano, talora in modo fortunoso, le parti mancanti dello spartito originale.

Divisa in un prologo, tre atti ed un epilogo, il lavoro narra di alcuni degli amori infelici dello scrittore tedesco E. T. A. Hoffmann.

Il prologo è ambientato nell’osteria di Luther, dove troviamo il perfido Lindorf che, invaghitosi di Stella, una cantante d’opera, medita il modo di soffiarla ad Hoffmann che la sta corteggiando.

A tale scopo paga il servo dell’artista Andrès, per non far giungere a Hoffmann la lettera con la quale Stella gli dà appuntamento alla fine dello spettacolo.

A questo punto entra in scena Hoffmann, ignaro dell’esito positivo dei suoi sforzi, seguito dal fido amico Nicklausse ed entrambi incontrano Lindorf, che completa il suo diabolico piano offrendo loro da bere.

Non ci vuole molto per rendere ubriaco lo scrittore che, in preda ai fumi dell’alcool, si abbandona alla rievocazione di tre suoi amori infelici, a cominciare da Olympia, automa dalle sembianze femminili, spacciato dallo scienziato Spalanzani per sua figlia.

La triste realtà verrà a galla solo dopo un litigio fra lo studioso e l’inventore rivale Coppelius che, pagato dal primo con un assegno scoperto, si vendicherà distruggendo l’automa.

Foto  Racconti Hoffmann 2E’ poi la volta della struggente storia di Antonia, figlia del liutaio Crespel e orfana di madre, giovane dalla meravigliosa voce, che non può sforzarsi in quanto malata di tisi.

Morirà per un acuto sollecitatogli dal perfido dottor Miracle, che lei credeva giunto in casa sua per curarla, e della morte verrà incolpato Hoffmann, considerato che il dottore svanisce, per riapparire misteriosamente nelle vesti del medico chiamato per constatare il decesso di Antonia.

Il terzo ed ultimo amore è Giulietta, cortigiana veneziana, che si servirà di Hoffmann, e della complicità dello stregone Dapertutto, per eliminare l’amante Schlemil e fuggire con Pitichinaccio, così che lo scrittore rimarrà nuovamente solo.

L’opera si chiude con Stella che entra nell’osteria e, trovando Hoffmann ubriaco fradicio, ne esce a braccetto di Lindorf.

Allo scrittore non rimarrà che consolarsi con l’unico personaggio femminile che gli è sempre stato accanto, ovvero la Musa ispiratrice dei suoi componimenti letterari.

A completamento del breve riassunto, aggiungiamo che, in tutti e tre gli episodi, al fianco di Hoffmann è presente Nicklausse, amico e saggio consigliere, puntualmente inascoltato.

Inoltre i personaggi di Lindorf, Coppelius, Miracle e Dapertutto sono talora interpretati da un unico cantante, così come Olympia, Antonia e Giulietta (anche se quest’ultimo caso risulta più raro, considerata la diversa estensione vocale affidata ad ognuna delle tre).

Già da questa sintesi si può immaginare come tradurre scenograficamente una simile opera possa portare sia al kitsch che alla più bieca oleografia.

Nonostante ciò, nel ricordo di uno splendido allestimento sancarliano del 1997, coprodotto con il Liceu di Barcellona (regia Beppe De Tomasi, scenografia Ferruccio Villagrossi e costumi Pier Luciano Cavallotti), abbiamo richiesto il doppio DVD della BelAir classiques, registrato nel 2008 e relativo ad una coproduzione Grand Théâtre de Genève-Théâtre de Caen.

Foto PyNell’occasione la regia era affidata al francese Olivier Py (nella foto), sicuramente un personaggio di spicco della cultura transalpina, considerando che, nello stesso anno, fermandoci solo al suo contributo all’opera lirica, ha firmato per il teatro ginevrino una cosiddetta trilogia del diavolo (costituita dai suddetti “Racconti”, da “Il franco cacciatore” di Carl Maria von Weber e dalla “Dannazione di Faust” di Berlioz) ed anche un “Curlew River” di Britten per il Théâtre des Célestins di Lione.

Ebbene, dopo aver visionato il doppio DVD, possiamo affermare che Py appartiene a quella categoria di registi che, fiancheggiata da una stampa compiacente, ha invaso in modo massiccio i teatri di mezzo mondo, imponendo idee personali e “trasgressive”, che hanno il solo risultato di fornire versioni estremamente discutibili di piccoli e grandi capolavori operistici.

Il suo allestimento de “I racconti di Hoffmann” risulta incanalato verso il lugubre (sinonimo di morte e di presenze demoniache), il grottesco ed il sesso, tutti ingredienti che attraversano l’opera, ma non con quella costanza ossessiva proposta da Py che, oltre a confezionare una versione molto trash, ha eliminato o posto in secondo piano molti di quegli elementi umoristici concepiti da Offenbach per alleggerire l’insieme del suo lavoro.

A detta del regista, secondo quanto afferma nel libretto di accompagnamento, ci sarebbe anche l’Arte, unica superstite quando tutto svanisce, ma l’apparizione finale della Musa ispiratrice, negli intenti di Offenbach (o di chi completò la sua opera), a noi appare soltanto un contentino escogitato per aiutare Hoffmann a giustificare la sua esistenza ed il suo ruolo nell’ambito della società, evitandogli di commettere qualche gesto inconsulto dopo l’ennesima delusione amorosa.

Ma veniamo alla messa in scena e, a supporto di quanto affermato, già il prologo risulta indicativo poiché, al volto di Hoffmann ubriaco, viene applicata una maschera raffigurante la testa di morto, da due individui dal volto caprino, più fauni che demoni, visto che sono privi di coda, vestiti solo di calzari pelosi che arrivano appena sopra la coscia.

Gli stessi scorrazzano sul palcoscenico, nelle vesti (o meglio senza vesti), di aiutanti dell’oste, trasformato in un bacco panciuto e orripilante, unica presenza “allegra” in una taverna priva della tipica baldoria, dove gli avventori indossano tutti abiti scuri, cappello a cilindro nero e mascherina nera sul viso, per cui più che studenti sembrano padrini chiamati ad assistere ad un duello.

Ritroveremo con costanza questo lugubre gruppo lungo l’intera opera, spesso in compagnia di uno scheletrino di plastica (forse la loro mascotte), i cui componenti mostreranno il vero volto solo nella scena finale (gesto sicuramente denso di significato, che a noi comuni critici sfugge).

E che dire di Olympia, trasformata da automa a bambola gonfiabile? (cosa che fa perdere, tra l’altro, la gag relativa al meccanismo dell’automa, che si blocca ed ha bisogno di essere ricaricato da Spalanzani, con quel rumore che non insospettisce un Hoffmann troppo innamorato per andare al fondo della questione).

Non ci si meraviglia, quindi, che la cortigiana Giulietta, oltre a frequentare ambienti equivoci, sia diventata una diva di un locale notturno, in sottoveste e reggicalze, circondata da ballerine stile Crazy Horse (e ci fermiamo qui nella descrizione per evitare censure), mentre di Venezia si è persa qualsiasi traccia, tranne che nel testo cantato.

Foto  Racconti Hoffmann 3Quasi scontato che, l’unica parte di grande suggestione dell’allestimento, risulti quella dedicata ad Antonia (vedi foto), dove il regista va a nozze, fra tisi, ambienti tetri e accentuate presenze demoniache.

Potremmo andare ancora avanti all’infinito, ma non ne vale la pena e quindi segnaliamo soltanto le presenze di un ingombrante sistema rotante posto sul palcoscenico, che serve anche per suddividere la scena su vari piani, di specchi metallici, e di strutture che, nonostante siano formate da numerosissime lampadine illuminate, riescono ad appesantire ulteriormente l’insieme.

Foto Patricia PetibonQualche cenno ora al cast vocale, partendo dalle cantanti, dove spicca innanzitutto la voce strepitosa del soprano Patricia Petibon (nella foto accanto) nel ruolo di Olympia, anche se riteniamo poco dignitoso che un’artista di questo calibro, in quota Deutsche Grammophon, soggiogata dalle credenziali del regista, si sia convinta a calcare la scena vestita da bambola gonfiabile.

Ottima anche l’interpretazione di Stella Doufexis (mezzosoprano), nei panni della Musa ispiratrice e di Nicklausse en travesti che, oltre alle notevoli doti vocali, riesce a far emergere anche tutta la sua espressività, grazie al fatto che, essendo prevalentemente un personaggio maschile, è riuscita a risparmiarsi il pesantissimo trucco imposto dalla regia alle protagoniste femminili.

Ancora, ricordiamo Rachel Harnisch (Antonia) e Maria Riccarda Wesseling (Giulietta), entrambe caratterizzate da voci di notevole spessore, fermo restando che per la Wesseling, conciata in modo tale da assomigliare a Trudy (la fidanzata di Gambadilegno), vale più o meno lo stesso discorso fatto per la Petibon, mentre il quadro femminile è completato da Nadine Denize, artefice di un intenso cameo come madre di Antonia e da Delphin Beaulieu, una Stella intenta a mostrare solo le sue grazie.

Foto CavallierRiguardo alle voci maschili, la scena è monopolizzata dall’istrionico basso-baritono Nicolas Cavallier (nella foto), straordinario interprete dei diversi personaggi luciferini (Lindorf, Coppelius, Miracle e Dapertutto), che in più di un’occasione oscura il tenore Marc Laho, un discreto Hoffmann.

Meno convincente la prova di Eric Huchet, chiamato ad interpretare, nell’ordine, Andrès, Cochenille (automa maggiordomo di Spalanzani), Frantz (il domestico stupido del padre di Antonia) e Pichitinaccio, fornendo a tutti l’identica fisionomia.

Ricordiamo ancora, fra le figure secondarie, René Schirrer e Gilles Cachemaille, entrambi ottimi bassi-baritoni, nei rispettivi ruoli dell’oste Luther e di Crespel, padre di Antonia.

Segnaliamo, infine, che la parte strumentale è affidata all’Orchestra della Suisse Romande e l’organico si completa con il Coro del Grand Théâtre de Genève ed il Coro Orpheus di Sofia, il tutto sotto l’attenta direzione di Patrick Davin.

In conclusione, considerando la buona qualità del cast, con la presenza di alcuni artisti di elevatissimo spessore, se si fosse trattato di una incisione discografica, il nostro giudizio sarebbe stato decisamente positivo.

Purtroppo si tratta di un doppio dvd, per cui tutto quanto di buono è espresso dai cantanti risulta in discreta misura vanificato da un allestimento pieno di incongruenze e cadute di gusto.