Il secondo appuntamento della XII edizione del Festival di Musica da Camera, rassegna organizzata dall’Associazione Napolinova, ha avuto come protagonista il duo formato dall’oboista Paolo Pollastri e dal pianista Domenico Cacace.
Quanto mai interessante il programma, considerando che la produzione per oboe e pianoforte risulta abbastanza inusuale e poco nota.
Apertura con le Tre romanze, op. 94 di Robert Schumann (1810-1856), scritte nel 1849, fra i rarissimi esempi di musica appartenente al repertorio romantico, dove l’autore tedesco incentra tutto su una vena piacevole linea melodica senza pretendere dal solista eccessivi virtuosismi.
Esattamente il contrario del Morceau de Salon op. 228 per oboe e pianoforte di Johann Wenzel Kalliwoda (1801-1866), compositore, violinista e direttore d’orchestra praghese.
In questo caso, come si può intuire dal titolo, abbiamo a che fare con un pezzo da salotto, dove l’imperativo risulta quello di catturare l’attenzione dei convenuti, tramite una musica orecchiabile ed una discreta dose di virtuosismo.
Fra queste due composizioni, un breve sguardo sul Novecento, con i Cinque pezzi per oboe solo dell’ungherese Antal Dorati (1906-1988), molto più celebre come direttore d’orchestra che come compositore.
Caratterizzati da uno stile molto vario (uno dei cinque, Berceuse, si basa ad esempio sulla scala pentatonica e necessita della sordina, una autentica rarità per l’oboe), sono sicuramente pezzi moderni, seppur abbastanza moderati, e costringono il solista a grandi difficoltà esecutive.
Dopo un breve intervallo, spazio alla produzione cameristica di due autori, come Gaetano Donizetti (1797-1848) e Amilcare Ponchielli (1834-1886), famosi soprattutto per le loro opere.
Il primo era presente con la Sonata per oboe e pianoforte in fa maggiore e il Solo per oboe e pianoforte, mentre il secondo con un Capriccio per oboe e pianoforte, del quale probabilmente esisteva una versione dove il pianoforte era sostituito dalla banda, che ha chiuso il concerto nel migliore dei modi.
Per quanto riguarda i due interpreti, Pollastri è stato il mattatore assoluto, non solo per il tipo di repertorio proposto, che ha esaltato le sue doti di grande virtuoso dello strumento, ma anche per le sue notevoli capacità comunicative.
Infatti, ogni brano è stato preceduto da qualche breve notizia o curiosità, e da alcuni scambi di battute, improvvisati con i presenti, per cui si è guadagnato subito l’apprezzamento dei numerosi appassionati, che gremivano la Sala del Toro Farnese, riuscendo in tal modo a far accettare anche i cinque brani di Dorati.
Dal canto suo, molto bravo si è dimostrato il pianista Domenico Cacace, che ha supportato efficacemente Pollastri nel suo ruolo di accompagnatore, poco appariscente, ma fondamentale per l’insieme.
Successo calorosissimo, con insistente richiesta di bis da parte del pubblico, che aveva stavolta un ampio respiro internazionale, per la presenza di giovani studenti giapponesi, giunti a Napoli per uno scambio culturale.
I due solisti hanno accontentato gli spettatori con una Polacca (da Introduzione e Polacca) di Adolphe Deslandres (1840-1911), compositore ed organista francese, da noi praticamente sconosciuto, che vinse nel 1860 il Secondo Gran Premio, al Prix de Rome, con la cantata Ivan IV.
In conclusione un concerto che, ad un repertorio di rarissimo ascolto, ha abbinato un duo di grande livello, confermando la validità di una rassegna che, per come è concepita, rappresenta un unicum nell’ambito della corposa proposta musicale napoletana.

Marco del Vaglio








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