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Orefice: The Old Standards

Un interessante connubio fra jazz e classica

Copertina cd The Old StandardsInciso dalla Silta Records, l’album The Old Standards rappresenta la rilettura in chiave jazz, da parte del pianista Enzo Orefice, di alcuni celeberrimi brani di musica classica, interpretati con la collaborazione di Luciano Ciaramella (sax tenore), Vittorio Pepe (basso elettrico) e Ivo Parlati (batteria).

Non è la prima volta che il jazz incontra la musica classica e, gli esempi più eclatanti e famosi rappresentano sicuramente quelli proposti, a partire dalla fine degli anni ‘50, da Jacques Loussier con il suo trio, rivolti alla produzione bachiana.

Si tratta, comunque, di un campo piuttosto minato in quanto si rischia di scontentare gli appassionati dei due generi che, da sponde opposte, ma con simili motivazioni, non sempre mostrano di gradire questo tipo di iniziative.

Non è quindi un caso se le recensioni del disco, finora pubblicate, risultano molto contrastanti fra loro, segno di un certo disorientamento, da parte del settore jazz, quando è costretto a confrontarsi con la classica, ma anche indice, a nostro avviso, di una libertà di critica (costruttiva e mai velenosa), che in altri campi musicali è sempre più difficile da riscontrare.

Ugualmente, non ci meravigliamo della totale mancanza di riscontro in ambito classico, per cui pensiamo di essere i primi (e probabilmente saremo gli unici) a parlare di questo cd, il che ci offre una responsabilità piuttosto “gravosa”, che accettiamo con grande piacere.

E veniamo quindi al cd, che comprende sette “standards”, a partire dalla “Serenata” di Schubert (da Schwanengesang D. 957), seguita da “Per Elisa” di Beethoven, dalla Sarabanda di Bach (dalla Suite inglese n. 2 in la minore, BWV 807) e dall’Andante in sol maggiore K. 545 di Mozart.

Si passa poi allo “Studio op. 10 n. 3 in mi maggiore” di Chopin, alla Danza ungherese n. 5 di Brahms e all’ Allemanda di Bach (dalla Suite Inglese n. 3 in sol minore BWV 808), ultimo pezzo “classico” in programma.

Fra i vari brani ve ne sono alcuni che, indubbiamente, mostrano una maggiore propensione ad essere trascritti, in particolare quelli di Bach e Mozart, a riprova della universalità della loro musica.

Molto interessanti risultano, inoltre, le versioni della serenata schubertiana e della danza ungherese di Brahms, mentre “Per Elisa” acquista una sua identità soprattutto nel momento in cui si discosta dal motivo originale.

Il disco è completato da quattro brevi “a solo”, posti ad intervalli regolari, ognuno dei quali affidato ad uno strumentista, con la chiusura curata dal pianista.

Nel complesso l’operazione portata avanti da Orefice, con il suo quartetto, mostra di aver raggiunto lo scopo prefisso e, grazie anche all’ elevato livello dell’intero ensemble, permette all’autore di realizzare un sogno, a lungo cullato, che ora è diventato una splendida realtà.