Questo sito contribuisce alla audience di

Il viaggio simbolo del jazz per la tre giorni salernitana

Premio delle Arti alla formazione del conservatorio di Rovigo guidata da Marco Tamburini, menzione speciale per gli allievi dell’istituzione bolognese preparati da Giampaolo Ascolese (articolo di Olga Chieffi)

Foto premiazione jazzTre giorni salernitana, quella archiviata lunedì sera, per il Premio Nazionale delle Arti sezione jazz, assegnata al conservatorio di Salerno, che ha visto in gara ben sette scuole provenienti dall’intero stivale.

I conservatori di Napoli, Frosinone, Roma, Reggio Calabria, Messina, Bologna e Rovigo, si sono confrontati sulle tavole dei palcoscenici dei nostri due maggiori teatri, l’Augusteo per le eliminatorie, e il teatro Verdi per la finale.

La kermesse ha avuto il suo preludio, nella controra di martedì, con un affollatissimo incontro tra la popolazione scolastica del Giuseppe Martucci e il cantante Mario Biondi, il racconto della sua gavetta, iniziata a soli 12 anni, la girandola per i locali di tutta Italia, lo studio, il successo.

Il sabato pomeriggio si sono svolte le eliminatorie che hanno qualificato per la finale le formazioni di Rovigo, Bologna, Frosinone e Roma, mentre in serata si sono esibiti i docenti della scuola di jazz del conservatorio di Salerno.

Stella indiscussa dei maestri salernitani, la chitarra del napoletano Aldo Farias, capace di realizzare vere e proprie sintesi melodiche, nelle quali tensione ritmica e segnale timbrico divengono i principali veicoli comunicativi.

La raffinata composizione presentata qui a Salerno, One for Bud, dedicata al jazz legacy di Powell, ha evidenziato un’elaborazione che ha evocato il concetto di dissonanzen, tanto caro alla scuola adorniana, ma sempre in un’atmosfera dai toni morbidi e sofisticati.

Bagno di folla la domenica sera, nella sala Vittoria, per il duo composto dal pianista Danilo Rea e dal violoncellista Paolo Damiani.

Il tema del viaggio è il marchio di fabbrica del pianista romano, un viaggio che fa tappa in ben sicuri porti, che si chiamano Fabrizio De André, Beatles, Morricone, Buarque con profumo di spezie latine, tra cui un Besame Mucho o Cancaminin, cancaminin, spazzacamin, un viaggio che è naturalmente trasgressione e contaminazione, con protagonista un wanderer, di schubertiana memoria, che segue un cammino non dirigendosi verso qualcosa di connotabile fisicamente, verso un “luogo” reale, tangibile, ma nelle vesti di avventuriero dello spirito, di un essere che va alla ricerca di sé stesso, o meglio dell’indefinibile, di ciò di cui una lontana eco del proprio animo rende certi dell’esistenza, sfuggente ad ogni più rigorosa disamina razionale.

Il pianoforte lirico di Rea è stato contrappuntato dal violoncello a cinque corde di Paolo Damiani.

C’è chi ha immaginato un cello barocco, o chi ha atteso per l’intero concerto di ascoltare l’avvolgente suono classico di questo romantico strumento, ma il violoncello di Damiani, modificato con una corda aggiunta al basso, appunto per avvicinarlo al contrabbasso è stato suonato slap, continuamente stravolto, percussivo, spigoloso, proponente.

Lunedì sera gran finale al teatro Verdi, ove ci siamo accorti che la partecipazione al prestigioso evento del corpo scolastico è stata minima: se fosse intervenuta il sessanta per cento della popolazione del Martucci il nostro massimo sarebbe stato esaurito in ogni ordine di posto.

Protagonista incontrastato della serata è stato il pianista del conservatorio di Frosinone, Bruno Salicone, una tastiera sopra le righe la sua, caratterizzata da una complessa elaborazione armonica, un tocco limpido, un’opera aperta, la sua, capace di coinvolgere il contrabbasso di Francesco Galatro e il fine batterista Leonardo Cesari, andando a formare uno splendido trio classico, che merita ben altri palcoscenici.

Interplay formidabile per gli allievi del batterista Ettore Fioravanti, rotto solo dal brutto suono e dalla mediocre tecnica del sassofonista Federico Pascucci, che si è comunque aggiudicato, insieme al gruppo, il premio della critica, presentando standard quali Black Nile, My one and only love e Cheese Cake.

Menzione speciale per un progetto tradizionale e ben calibrato, in particolare per gli equilibri sonori e il gusto armonico, è stata assegnata, dal presidente della giuria tecnica, il raffinato pianista Francesco D’Errico, alla formazione del Conservatorio di Bologna, che vanta quali insegnanti il nostro batterista Giampaolo Ascolese e il chitarrista Tomaso Lama.

Ping Pong di Shorter, Hocus Pocus di Parker e Mica’s dream di Horace Silver, eseguiti da un quartetto che schierava trombone, sax, organo Hammond e batteria, affidati a Samuele Gamberoni, Manuel Trabucco, Federico Pieranton e Alessandro Pivi, ha rivelato un magistero improntato a creare un’esecuzione di estrema competenza e innegabile sensibilità.

Trionfo assoluto per il settetto di Rovigo, chitarra, basso e una particolare amalgama di tromba, clarinetto e sax, non facile da creare, a cui si è aggiunta batteria e pianoforte.

Hugo De Leon, Francesco Ganassin, Davide Agnoli, Attilio Pisarri, Mauro Bonaldo, Aisha Ruggeri e Lorenzo Bonucci, splendidi allievi dell’amato trombettista Marco Tamburini, hanno convinto la giuria con due brani originali, Finzioni di Pisarri e Nativo di Ganassin, chiudendo con Bohemia After Dark di Oscar Pettiford, portavoce di inesplorati impasti timbrici di stampo quasi cameristico ottenuti grazie all’uso di questo originale organico in cui il clarinetto si inserisce in sempre diverse combinazioni.

Conservatorio di Roma rimasto a bocca asciutta sotto gli occhi dei propri maestri Rea e Damiani, per una performance, forse troppo scolastica ma che pur ci ha riservato un simpatico pezzo quale “Giuro è quasi pop” composta da Luigi Maria Masciari.

E’ così sfumato l’atteso proclama, promesso in conferenza stampa, da parte del commissario straordinario “Abbiamo i migliori allievi di jazz d’Italia”, certamente inibito dal nostro doppio sestetto, naturalmente fuori gara, che si è presentato con una tromba, un po’ gradassa, incapace di sostenere i suoni gravi e un crooner con gravi pecche d’intonazione, nonostante l’interessante idea del progetto acustico-elettrico e la superlativa performance di Marco Parisi jr. all’organo Hammond.

Applausi per tutti e giù il sipario sino alla prossima edizione del prestigioso premio.