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Un leggendario Gianni Schicchi

Riproposta dalla Regis una registrazione dell’opera di Puccini del 1958

Copertina cd Gianni SchicchiA cavallo fra il 1913 ed il 1918 Giacomo Puccini (1858-1924) scrisse le opere “Il Tabarro”, “Suor Angelica” e “Gianni Schicchi”.

Esse furono riunite nel cosiddetto “trittico” che, per problemi legati agli eventi bellici, conobbe la prima mondiale al Metropolitan di New York sul finire del 1918, mentre l’esordio italiano avvenne nel gennaio dell’anno seguente al Teatro Costanzi di Roma.

In origine, ognuna delle tre opere doveva avere un legame più o meno stretto con le cantiche della “Commedia” dantesca, di cui Puccini era un grande ammiratore, ma l’unica che mantenne questo intento di partenza fu “Gianni Schicchi”, ancora oggi molto più apprezzata delle altre.

Schicchi è un personaggio dei tempi di Dante, forse un cavaliere, particolarmente abile come imitatore, relegato all’Inferno dal sommo poeta, che lo pone fra i “falsatori di persona” in quanto, chiamato da Simone Donati, si sostituì allo zio di quest’ultimo, Buoso, ormai defunto, per redigere un nuovo testamento in favore del nipote.

La vicenda, accennata dal sommo poeta in pochi versi, ritornò alla ribalta, con maggiori particolari, nel “Commento alla Divina Commedia d’Anonimo fiorentino del secolo XIV”, pubblicato nel 1866.

Il testo attirò l’attenzione di Giovacchino Forzano, che si era già occupato della stesura di “Suor Angelica”.

Il librettista, prendendo spunto da questa storia, la modificò in parte, facendo contornare Buoso da diversi parenti, uno più avido dell’altro, il cui scopo era di evitare che venisse trovato e diventasse esecutivo il testamento, nel quale il defunto lasciava tutte le sue sostanze al convento dei frati di Signa.

Una situazione che solo Schicchi, chiamato dal nipote di Buoso, in quanto fidanzato di sua figlia Lauretta, poteva in qualche modo risolvere.

Ed infatti, nei panni di Buoso moribondo, Schicchi redigeva un nuovo testamento davanti al notaio, dove la maggior parte dei beni venivano indirizzati a se stesso.

Al riguardo nulla potevano i parenti del ricco mercante, in quanto smascherandolo sarebbero stati considerati suoi complici, rischiando come pena l’amputazione della mano e l’esilio.

In complesso si trattava di una farsa incalzante, divertente e satirica, che, pur essendo ricordata soprattutto per la struggente romanza “O mio babbino caro”, conteneva numerosi passaggi musicali, di difficile esecuzione vocale e strumentale e di grande modernità per l’epoca, segno del fatto che Puccini seguiva con discreto interesse quanto di nuovo si cominciava a proporre in ambito europeo ad inizio Novecento.

Numerose sono le registrazioni dell’opera, fra le quali vogliamo segnalarne una, riproposta di recente dalla Regis (distribuita da Milano Dischi), che risale al 1958 e comprende un cast eccezionale dove troviamo, solo per fare qualche nome, i bassi Tito Gobbi (Gianni Schicchi) e Paolo Montarsolo (Simone), il soprano Victoria de los Angeles (Lauretta) ed il mezzosoprano Anna Maria Canali (Zita).

La parte strumentale è invece affidata all’Orchestra dell’Opera di Roma, diretta da Gabriele Santini, per un’incisione che il retro copertina definisce leggendaria, e noi non possiamo che convenire, per cui la consigliamo vivamente anche a chi non è particolarmente appassionato di lirica.