Nascerà a Faenza l'Accademia Italiana per la Direzione d'Orchestra

Sarà operativa dal gennaio del prossimo anno la nuova iniziativa curata dalla Scuola Grande di San Filippo e affidata al noto Maestro Gilberto Serembe

Foto Gilberto SerembeUn nuovo progetto si affaccia nell’ambito del panorama musicale italiano

Da gennaio 2011 partirà a Faenza, nell’ambito della Scuola Grande di San Filippo, l’Accademia Italiana per la Direzione d’Orchestra, fortemente voluta dal noto maestro Gilberto Serembe, che sarà anche il docente principale.

Il corso, al quale verranno ammessi non più di 15 allievi, avrà durata triennale e si snoderà attraverso dieci weekend (dal giovedì pomeriggio alla domenica mattina), a cadenza mensile, da gennaio a giugno e da settembre a dicembre.

Sono previsti, fra gli altri, incontri con l’orchestra, con direttori d’orchestra e uomini di cultura, oltre a lezioni legate alla storia della direzione d’orchestra e all’analisi dell’aspetto fisico dell’impegno direttoriale ed esecutivo

Il tutto allo scopo di creare una forte collaborazione ed una crescita reciproca fra orchestra e direttore che, durante l’anno, potrà sfociare anche in concerti, in modo da inserire la scuola nel suo contesto territoriale.

La quota di partecipazione è di 3.000 Euro all’anno, suddivisi in due rate, la prima pari a 1/3, da versare ad inizio corso, la seconda da estinguere entro il mese di giugno.

Agli allievi più meritevoli sarà riconosciuta una borsa di studio di 500 Euro, bonus che sarà detratto dalla quota di partecipazione.

Al termine del corso triennale gli studenti sosterranno un esame per il conseguimento del Diploma e, in caso di frequenza di una singola annualità o biennio è previsto un attestato di frequenza.

Per gli allievi saranno predisposte convenzioni vantaggiose per il vitto e l’alloggio.

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Dirigere oggi (dalle note al corso del maestro Gilberto Serembe)

Il giovane aspirante direttore dovrebbe essere consapevole che da qualche tempo l’arte della direzione d’orchestra si sta trasformando; la figura “demiurgica” del direttore così come l’abbiamo conosciuta per decenni sta svanendo, se non è già addirittura scomparsa, e al suo posto è subentrata, e sfortunatamente accettata, quella di un “tecnocrate della bacchetta” pronto a qualsiasi compito di coordinamento, come un buon manager con i suoi collaboratori.

Oggi ai giovani direttori sono richieste prontezza, salute psico-fisica, efficienza e devono dimostrarsi inclini ad accettare di eseguire un po’ tutto il repertorio, anche se sovente a scapito della propria predisposizione e sensibilità.

E’divenuta una triste consuetudine osservare un direttore cimentarsi con autori con i quali instaura conflitti esistenziali: conduzioni beethoveniane per Vivaldi, sfumature raveliane per Brahms, fragore mahleriano per Schumann e così via.

Per non parlare della gestualità: ampie evoluzioni del braccio in brani che richiedono la massima discrezione oppure blocco da periartrite cronica della spalla per musica che richiede slancio e passionalità.

Errori interpretativi e letture generiche del grande repertorio sono ormai all’ordine del giorno nonostante le lezioni di figure direttoriali gigantesche come Furtwängler, Klemperer, Toscanini, Walter e poi Bernstein, Böhm, Karajan solo per citare alcuni celebri nomi.

Incredibile ma vero, anche nei luoghi consacrati alla grande musica, si ascoltano quotidianamente concerti noiosi, della peggiore routine tra la generale approvazione di un pubblico sempre più assuefatto, apparentemente insensibile e distratto.

Da qualche tempo assistiamo a una sorta di generale omologazione alla quale l’esecuzione musicale sembra non sottrarsi e le orchestre di tutto il mondo, fatte poche e dovute eccezioni, sono l’esempio più tangibile di un appiattimento del gusto e di una sempre più scarsa sensibilità alla sollecitazione direttoriale.

Vige una sorta di “rifiuto del comando”, una specie di autogestione, di accordo interno al quale i direttori, se vogliono dirigere, devono sottomettersi.

E molti direttori d’orchestra sono stati e sono i peggiori “complici” di questa situazione. Le orchestre, a loro volta succube di situazioni spesso di comodo (direttori principali eletti per garantirsi contratti discografici e tournée) si sono ritrovate senza direttori veramente “stabili”, capaci e volonterosi di plasmare e curare il “sound” oltre che di instaurare quel rapporto umano, personale, teso alla fusione di anime prima ancora che di strumentisti.

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