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Daniel Oren: ritorno al passato

La rosa di titoli della stagione lirica 2011 del Verdi di Salerno è molto popolare - Cinque le opere da allestire, con ballottaggio per l'apertura primaverile tra il mozartiano “Die Zauberflote” e la gemma dell’esotismo di Camille Saint-Saëns “Samson et Dalila” (articolo di Olga Chieffi)

Foto Daniel OrenStagione lirica di transizione quella del 2011, con un chiaro ritorno a titoli molto popolari, volti a rimpinguare le casse del teatro Verdi di Salerno, che si è pur ben barcamenato quest’anno sostenendo cinque turni, e proponendo uno stellare cartellone con sette opere, tra cui alcune illustri sconosciute ai più quali la Francesca da Rimini di Riccardo Zandonai, Romèo et Juliette di Charles Gounod e la Luisa Miller di Giuseppe Verdi.

I tagli allo spettacolo dei vari enti e in particolare di Regione e Provincia, non permetteranno certo di proporre sette titoli, ma cinque con un ampio margine di sicurezza e Daniel Oren ha già comunicato ai suoi collaboratori Antonio Marzullo e Rosalba Loiudice, la sua scelta.

Per l’apertura del cartellone sono in ballottaggio il viaggio iniziatico racchiuso nel “Die Zauberflote” di Wolfgang Amadeus Mozart e un’opera molto amata dal nostro direttore “Samson et Dalila” di Camille Saint-Saëns.

Una varietà di costumi esotici, misti gli uni con l’altri, che raffigurano il rituale massonico, il divertimento favolistico, quasi infantile, a mezzo tra lo spettacolo di burattini e quello da circo, il “Flauto magico” è certamente l’opera giusta per portare il pubblico di ogni età a teatro, in particolare i giovanissimi che seguirebbero attenti ed estasiati il vecchio spiritello caustico e malizioso che serpeggia nel flauto nei panni di Papageno, rendendo meno gravi e austeri gli ammonimenti morali, i simboli, le prove, le entità, le istituzioni che sono presenti nel lavoro e quasi vi incombono.

Il gioco si nota anche nella struttura scelta per questo incantesimo: si tratta di un singspiel, che con la sua alternanza fra la parola parlata e la musica genera un qualcosa di aereo, di razionale e di semplice.

“Come faccio a non farla! E’ troppo bella! – sembra aver esclamato Daniel Oren – presentando “Samson et Dalila” di Camille Saint-Saëns, il suo testamento lirico, connubio inarrivabile delle sue due anime: il recupero del passato, più o meno remoto che fosse e il lussureggiante decadentismo con tutti i suoi ‘ismi’ minori: florealismo, ellenismo, esotismo, e ancora misticismo e sensualità.

Queste le due opere in ballottaggio per l’apertura della stagione, ma speriamo possano essere rappresentate entrambe, mentre tutto di marca italiana il resto del cartellone, a cominciare dal binomio verista, che torna al Verdi dopo sette anni, Cavalleria Rusticana di Pietro Mascagni e I Pagliacci di Ruggero Leoncavallo, titoli popolari nel sentire di tutti noi, opere di frattura tra il “rilassamento” della grande opera romantica e l’urgenza presentita di un novello corso.

Pagine che hanno aperto il cosiddetto “decennio” dei manifesti, ma che tuttavia sembrano avvalersi di esterni corredi, piuttosto che di ragioni morali profonde: d’accordo, la stringatezza di fuoco dell’espressione melodica, la concitazione e talora la brutale sommarietà del tessuto orchestrale (per le quali non va fatta piccola parte davvero all’incompletezza del tirocinio musicale mascagnano, lo stesso che avrebbe creato ab inizio le premesse di certi suoi complessi di colpa dell’età matura nei riguardi della “dottrina”), lo spostamento dell’asse vocale sul “centro” e l’onerosità conseguente del canto declamato, certo, non sono in debito né con l’esperienza scapigliata né con quella del francese opèra-lyrique, e semmai, un’eventuale analogia relativa a modi di combinare e giustapporre strutture vocali e corali con le funzioni meramente “cantanti” dell’orchestra, può osservarsi, tra Cavalleria e Gioconda.

Ma il diverso modo di aggredire la fisionomia del vecchio melodramma non riesce a ribaltare i sensi intimi dello stesso, e anzi, avviandosi a ripeterne gesti e comportamenti, secondo un codice soltanto “meccanico”, come nell’uso di una lingua morta, mira a soddisfare le aspirazioni di un ceto medio che, con tutti i suoi ritardi e complessi, solo a un tal tipo di frattura in fondo era teso, evitando gli esercizi senza rete dell’avventura musicale tardo-ottocentesca.

Ritornano anche due eroine celeberrime della letteratura operistica italiana, Norma e Tosca, ottime frequentatrici del cartellone del massimo cittadino.

Mai una donna come la sacerdotessa dei druidi ebbe nella storia dell’opera una tale aura di sublimità, prolungata quasi nello spazio e raggiante, in questo caso come la dea della notte.

Vincenzo Bellini, costruisce attorno a lei un’opera dallo stile elevato, esaltata dal fascino dell’arcaico, dalla commozione dei sentimenti, in cui la passione e il sacrificio scendono dall’origine tragica per diventare oggetto di vita, di emozioni popolari e risorgimentali, di grande caratterizzazione.

Il 1900 ha il sorriso di Floria Tosca, tenera, capricciosa, gelosa, ma prima di tutto amorosa eroina, unica donna di un’opera in cui Giacomo Puccini pone l’orchestra a descrivere come per appunti, abbastanza in fretta, ma con una osservazione scrupolosa del vero; nel mezzo di tanto lavorio smette di ciarlare e improvvisamente si gonfia, singhiozza o minaccia, insulta o prega.

Lo spettatore, preso di petto, non ha il tempo di riaversi dalla sorpresa, che Puccini implacabile e, inguaribile “ruffiano, asciuga il pianto, in poche battute riprende perfino a sorridere, intanto pennella e ritocca.

Il genio verdiano non poteva certo mancare e sarà omaggiato dal Trovatore, con il suo linguaggio così incalzante, così ricco di “idee” musicali, di ritmi e motivi, in cui le passioni sono straordinarie, libere di rincorrersi e scontrarsi senza briglie sul collo.

Un’opera costruita su personaggi tutti musica che non sono soltanto ribollenti di suoni e di accenti scatenati, ma obbediscono a regole d’intreccio precise, ferree, oltre che a leggi musicali di rara bellezza.

Dietro di essi un destino spietato li sprona a specchiarsi, a illuminarsi nella luce di un sacrificio eroico che origina dalla vendetta.
Una stagione lirica di valore, che supportata da un giusta politica degli abbonamenti e affiancata ad un cartellone di concerti della levatura alla quale ci ha oramai abituati Daniel Oren, riuscirà ancora una volta a confermare Salerno tra le più invidiate città musicali d’Italia.