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Il grande cuore di Leo Nucci

Il generoso baritono, nonostante un malessere tra il I e il II atto pone il suo aureo sigillo sulla Luisa Miller allestita al "Verdi" di Salerno portando a termine magistralmente la rappresentazione. Accorta e attentissima la direzione di Daniel Oren ben assecondato dalla Orchestra Filarmonica Salernitana trascinata dal suono del clarinetto di Riccardo Crocilla. Regia incolore di Ivan Stefanutti che modifica il finale tagliando l’uccisione di Wurm (articolo di Olga Chieffi)

Foto Luisa MillerHa convinto la platea salernitana l’ultima opera in cartellone della infinita stagione del Teatro Giuseppe Verdi, che ha proposto ben sette titoli: la Luisa Miller è stata a lungo applaudita grazie alla buona performance delle quattro voci protagoniste: il baritono Leo Nucci, il soprano Dimitra Theodossiou, il tenore Roberto Aronica e il basso Roberto Scandiuzzi.

L’orchestra Filarmonica Salernitana diretta da Daniel Oren, ha presentato il suo biglietto da visita in apertura, sulle note della splendida sinfonia, di cui il direttore ha sputo sottolineare i palpiti e gli eloquenti silenzi.

All’alzarsi del sipario ecco le scene agresti firmate da Ivan Stefanutti, che non si è spostato più di tanto da due blocchi ben distinti: gentilezza d’animo, onestà, sentimenti precisi e sicuri nella gente semplice; fredda determinazione e crudeltà nei nobili.

L’aria di sortita di Luisa, scevra di gratuiti virtuosismi, sottolinea lo stato d’animo del personaggio con quella autenticità che diverrà la purissima innocenza di Gilda.

La Theodossiou, ha offerto di “Lo vidi, e ‘l primo palpito”, un’interpretazione un po’ opaca, sfiorando appena gli acuti, ma reggendo bene le agilità e i temibili staccati.
Ed ecco in scena Leo Nucci nei panni di Miller, nell’incontro-scontro con l’impenetrabile Wurm, ben interpretato da Carlo Striuli, il quale non vuole imporre alla figlia il suo volere, nell’Andante di ampio respiro, “Non son tiranno, padre son io” esprimendo per intero la sua esperienza vocale e teatrale in “Sacra la scelta è d’un consorte”, in cui però abbiamo rilevato una battuta di scarto tra orchestra e solista prontamente recuperata da Daniel Oren, seguita da un ottimo ponte che ha condotto alla cabaletta “Ah! Fu giusto il mio sospetto” ancora legata a passati procedimenti, ma di grande impatto.

Ci si sposta nel palazzo del Conte di Walter per incontrare la voce di Roberto Scandizzi dichiarare il suo amore e il suo impegno diverso per il figlio in “Il mio sangue, la vita darei” e il duetto tra Rodolfo a cui ha dato voce Roberto Aronica e Francesca Franci (la duchessa Federica promessa sposa per interesse al germano di Walter), in cui il contralto non ha brillato, risentendo dei non facili passaggi di registro.

E siamo alla tipica scena da teatro romantico, con evidente gioco di contrasti, che, però, nella regia non abbiamo affatto notato.
Verdi la racconta con esemplare lievità. Udiamo il coro esterno dei cacciatori “Sciogliete i levrieri, spronate i destrieri!” introdotto dal corno, lo svelamento della vera identità di Carlo (Rodolfo) e l’entrata di Rodolfo con “Luisa non temer”.

Ecco che il clarinetto dolente di Riccardo Crocilla sale in cattedra, accompagnando emozionalmente il rito imposto da Rodolfo quando si prostra con Luisa davanti a Miller.
Giunge Walter e si compone il concertato con la sovrapposizione di diversi stati d’animo precisi e distinti.
S’impone la Theodossiou con il suo cantabile “Ad immagin tua creata”, struggente come le implorazioni “Salvami Signor!” filo principale di un tessuto che continua a ordire la trama perfetta.

Malore per Leo Nucci tra il primo e il secondo atto, ma il generoso baritono non abbandona la rappresentazione.
Il secondo atto si apre con la scena della Lettera ed è ancora il clarinetto lo strumento protagonista: il suo lamento commenta il sacrificio di Luisa, passato quasi identico nella scena della lettera de “La Traviata”.

La crudele stoltezza di Wurm e la lacerante disperazione di Luisa sfociano nella splendida aria “Tu puniscimi , o Signore”, che ha fatto intendere quanto sia calzante l’aggettivo lirico che accompagna la voce di soprano della Theodossiou, in uno dei momenti più alti dell’ispirazione verdiana: nessun personaggio del genio di Busseto fino a quel momento aveva mai pianto così.

Poi la disperazione esplode nella violenta cabaletta “A brani, o perfido, il cor tu m’hai squarciato”, accasciandosi nella seconda parte “Mi chiuda almeno i rai”.
Ed ecco il celebre quartetto a voci sole, simbolo dell’amore di Verdi per la polifonia e per il Palestrina “Presentarti alla Duchessa puoi, Luisa….Come celar le smanie”, che purtroppo ha peccato per intonazione e intenzione d’interpretazione dei quattro solisti.

Il secondo atto riserva un’altra perla “Quando le sere al placido” che Roberto Aronica, pur rivelando una voce con non pochi numeri, ha lasciato scivolare, senza riuscire ad esprimere per intero tutto il suo fascino.
Toccanti i due duetti che vedono protagonista Luisa, il primo con il padre Miller, dopo il meditato suicidio, grazie ad un umanissimo Leo Nucci e il “Piangi, piangi il tuo dolore” con Rodolfo, prima della conclusione, con i due padri disperati, dinanzi a solo due morti in scena al posto di tre, poiché è stata inspiegabilmente tagliata da Ivan Stefanutti l’uccisione di Wurm, unico atto di riscatto di Rodolfo.

Applausi per l’intero cast, ma in particolare per Daniel Oren che ha scelto la strada di una direzione in totale sicurezza, considerata la complessità dell’opere e le poche prove per prepararla, per l’Orchestra Filarmonica Salernitana e i suoi strumentini, con il flauto di Antonio Senatore, l’ottavino di Vincenzo Scannapieco e il suono del clarinetto di Riccardo Crocilla che sa comparire dal nulla, adamantino e dinamico sempre, nonché per il coro di Luigi Petrozziello, che è riuscito a portare pulitamente a termine un compito non facile.
Incolore la regia danneggiata anche dalle maestranze di palcoscenico in ritardo sui cambi di fondale. Si replica domani sera e giovedì 30 alle ore 21.