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Un napoletano a Seattle

Intervista al maestro Bruno Cinquegrani chiamato dalla Seattle Opera a dirigere la Lucia di Lammermoor di Donizetti (di Viviana Coppo)

Bruno CinquegraniE’ metà ottobre ed il Maestro Bruno Cinquegrani è a Seattle per debuttare al McCaw Hall dirigendo Lucia di Lammermoor di Gaetano Donizetti.
La sera stessa di questa intervista lo aspetta una delle prove generali, ma nonostante ciò egli ci dedica volentieri un po’ del suo prezioso tempo.
La conversazione, molto piacevole, verte sia sul percorso professionale che lo ha portato ad essere un esperto dell’opera donizettiana, sia sulla nuova produzione del Teatro di Seattle, del quale è per la prima volta sul podio.

Ci può parlare della sua carriera internazionale e dell’esperienza come direttore della Crimean State Philarmonic?

E’stata una esperienza molto interessante, iniziata per caso.
Dopo il diploma in Italia in pianoforte e composizione mi sono trasferito in Germania, dove ho conseguito il diploma in direzione d’orchestra e di coro; in seguito sono stato assistente del direttore dell’Orchestra Universitaria.
Durante l’esame finale per il diploma di perfezionamento in Germania, incontrai la spalla dei primi violini della Baden Baden Philharmonic Orchestra, che mi informò che alla Crimean Philharmonic cercavano un direttore.
La mia prima domanda fu : ”Quanti concerti all’anno sono previsti?” La risposta fu 35.
Pensai che fosse una opportunità straordinaria: mi invitarono per due concerti e io proposi la Quinta e la Sesta di Ciaikovsky, che facevano già parte del loro repertorio.
Andò benissimo, e così diventai direttore associato per due anni non consecutivi. Fu una esperienza straordinaria sia dal punto di vista umano che professionale: erano anni di grande difficoltà soprattutto dal punto di vista economico, e con il crollo del rublo bisognava scegliere tra il riscaldamento e le prove.
E’ stata inoltre una esperienza fondamentale, perché ho avuto modo di dirigere circa sessanta concerti in due anni, con una ottima orchestra composta di ottanta elementi.
Quali sono state le Sue maggiori soddisfazioni professionali?
Riuscire a portare il pubblico da un 55% ad 90-95%, spaziando dal repertorio russo (Shostakovich Prokofiev, tutto Ciaikovsky), a quello tedesco, fino ad autori poco conosciuti.

E dopo?

Quelli successivi sono stati anni importanti: una borsa di studio ad Aspen (all’Aspen Music Festival and School di Aspen, Colorado ndr) e diversi progetti, come la collaborazione con il M° Zinman e con James Conlon alla Royal Opera House, quindi il debutto a Londra con L’elisir d’amore per l’ Opera Holland Park, con la City of London Sinfonia, e poi, mano a mano, i progetti che ho diretto per la Fondazione Donizetti di Bergamo (in Giappone con La traviata, in collaborazione con la Konzerthaus Japan di Tokio), Lucia di Lammermoor al Teatro Comunale di Bologna nel 2008 e recentemente al Teatro S. Carlo di Napoli (settembre 2010).

Nel suo repertorio italiano figurano maggiormente le opere composte da autori popolari come Donizetti e Verdi

Le mie scelte di repertorio derivano sia dalle mie inclinazioni, sia dalle opportunità che si presentano: per esempio, le collaborazioni con la Fondazione Donizetti e con il Donizetti Festival di Bergamo mi hanno dato la possibilità di studiare e approfondire molto quest’autore di cui mi sono innamorato.
Attraverso la ricerca teatrale, fondamentale in questo autore, considero Donizetti il trait d’union tra Mozart, Rossini e Verdi, perché molte soluzioni teatrali verdiane erano già state sperimentate in Donizetti, specialmente in Marin Faliero, ma anche in Lucia in cui c’è molta azione pur essendo un’opera di bel canto puro. Delle sessantasei opere scritte, tutte abbastanza velocemente, numerose sono sperimentali. Marin Faliero, per esempio, è straordinario: si chiude con una decapitazione fuori scena e con un gong che ricorda molto Puccini.
Molti colleghi musicisti, ascoltando Lucia con particolari agogiche hanno ritrovato Nabucco.

Il pubblico ha dimostrato di apprezzare Marin Faliero?

Sono rimasto molto impressionato dall’atteggiamento del pubblico: purtroppo però quest’opera è poco eseguita anche perché fu scritta per un famoso quartetto di cantanti, (Giulia Grisi, Giovanni Battista Rubini, Luigi Lablache e Antonio Tamburini ndr), per cui la sua esecuzione presenta al giorno d’oggi una sfida enorme per l’intero cast.
E’ un opera decisamente interessante che offre delle soluzioni sceniche straordinarie, come la morte del tenore alla fine del secondo atto o la novità del duetto tenore-baritono, che dura una decina di minuti.

Qual è l’opera di Donizetti che preferisce?

Non mi pronuncio, quella che sto dirigendo è sempre la mia preferita.


Tra le opere cosiddette serie, Lucia è sempre stata presente nei repertori teatrali fin dal 1835, data della sua prima rappresentazione: a suo giudizio qual è il motivo di tanto successo?

E’ un’opera strutturata molto bene perchè offre un misto di infinita bellezza della melodia con un dramma ben strutturato, una storia che è veramente molto vicina all’animo umano.
Ci sono momenti straordinari, come il concertato del secondo atto, le arie di Lucia sempre nel secondo atto, l’ultima parte del tenore, ma anche tutte le parti di Enrico e di Raimondo.

Ha operato delle modifiche oppure ha ripristinato la versione integrale che prevedeva per esempio il duetto tra Enrico ed Edgardo nel secondo atto?

L’unico taglio che è stato operato, e non mi permetto di dire che l’ho fatto io, è l’inizio del coro nel terzo atto.
Per il resto è stato utilizzato il recitativo tra la scena della pazzia di Lucia e la scena di Enrico: un recitativo molto interessante con le ultime battute dei violini che riprendono in forma ciclica il tema dei corni dell’inizio dell’opera.

Ha operato degli adattamenti di tipo interpretativo appositamente per il pubblico americano? Il pubblico statunitense si aspetta una esecuzione di taglio più drammatico o belcantistico?

Non è mia abitudine adattarmi ai vari tipi di pubblico: propongo quello che secondo me dovrebbe essere; la linea è asciutta, limpida, lascio che la musica fluisca per come è scritta, senza operare interventi macchinosi.

Come è stata la collaborazione con i due soprani che hanno interpretato la parte della protagonista? Le loro caratteristiche vocali rispondono maggiormente a un ruolo di soprano lirico-leggero o drammatico di agilità?

Ciascuna delle due cantanti è in un momento particolare di sviluppo vocale e interpretativo: Aleksandra Kurzak viene da Rossini e ha recentemente interpretato Adina nell’Elisir d’Amore alla Royal Opera House, riscuotendo un successo straordinario.
Una delle sue grandi doti è di possedere le agilità e di avere, al tempo stesso, un notevole spessore drammatico.
Davinia Rodriguez presenta una vocalità diversa, ma di altissimo livello. Sicuramente il pubblico non verrà privato di acuti e sovracuti, compresi i celebri “mi bemolle”.

Parlando di cantanti stranieri, come giudica l’importanza di una corretta articolazione fonemica a fini estetici?

Per i cantanti di lingua anglosassone e tedesca, è fondamentale il fatto di poter cantare lunghe vocali spostando la consonante verso la fine della parola rispetto alla loro lingua.
Nel cast ci sono tre cantanti italiane ed è stato interessante per tutti noi poter essere partecipi di questa possibilità, come studio e scoperta delle posizioni vocali.

Come giudica la sua collaborazione con il Teatro d’Opera di Seattle?

Mi sono trovato molto bene, e spero che la soddisfazione sia stata reciproca.