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Standing ovation per Maurizio Pollini al San Carlo

Il pianista, ospite della stagione dell'Associazione Alessandro Scarlatti, ha proposto le ultime tre sonate di Beethoven

Maurizio PolliniIl recente appuntamento dell’Associazione Alessandro Scarlatti, in collaborazione con il Teatro di S. Carlo, ha visto il ritorno di Maurizio Pollini sul palcoscenico del Massimo napoletano.

Interamente beethoveniano il programma proposto, incentrato sulle ultime tre Sonate, in mi maggiore op. 109, in la bemolle maggiore op. 110 e in do minore op. 111, scritte fra il 1820 ed il 1822.

Siamo, quindi, nel pieno della produzione conclusiva dell’autore tedesco, che si differenzia in modo netto da quella precedente, con una serie di brani molto particolari, all’epoca scarsamente capiti e poco apprezzati, in quanto contraddistinti da strutture e sonorità molto particolari.

In questa svolta, c’è chi diede la colpa soprattutto alla irreversibile sordità di Beethoven, con la conseguente chiusura in se stesso del musicista, che da sola non basta comunque a giustificare tutta una serie di composizioni, talmente all’avanguardia, da risultare improponibili per il pubblico dell’epoca e la cui comprensione, iniziata a Novecento inoltrato, ancora oggi risulta oggetto di approfondimenti e fonte di suggestive ipotesi.

Nelle ultime tre Sonate, ad esempio, si ravvisa la volontà dell’autore di scompaginare o, ancor meglio, di uscire dai vincoli canonici che ne caratterizzavano la struttura, modificando la successione dei tempi e, talora, anche il numero.

A ciò va aggiunto il recupero di alcune forme, come la fuga, che non rappresentavano soltanto un doveroso omaggio ai grandi autori del passato, Bach in primis, ma si configuravano quali tentativi, sperimentali per quei tempi, di fornire un volto nuovo ed innovativo alle stesse.

A confronto con queste pagine quanto mai complesse, eseguite una dopo l’altra senza intervallo, Pollini ha mostrato il suo indiscutibile valore, evidenziando per ognuna i tratti salienti e le differenti peculiarità, anche se la nostra sensazione è che, nell’interpretarle, sia rimasto sospeso fra la voglia di fornire un apporto personale, frutto della sua assidua frequentazione e della sua passione nei confronti del repertorio beethoveniano, e la volontà di non turbare eccessivamente una platea abbastanza conservatrice.

E, indubbiamente, il rispetto verso il pubblico, prodottosi in lunghi e calorosi applausi, seguiti da una standing ovation, ha fatto sì che il pianista chiudesse la sua esibizione con due bis, tratti dalle Bagatelle, op. 126, sempre appartenenti all’ultimo periodo della produzione beethoveniana, un di più che ha finito forse con lo spezzare l’atmosfera creatasi al termine del programma ufficiale.

La stagione proseguirà giovedì 17 febbraio con il Turtle Island Quartet, ensemble statunitense particolarmente eclettico, che spazia in vari generi, ed ha all’attivo già due Grammy nell’ambito della categoria crossover.