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Ad ognuno il proprio ruolo

Massimo Barra

Su questo, almeno a parole, sono tutti d’accordo: il ruolo di una società di Croce Rossa o di Mezzaluna Rossa, ovunque nel mondo, è quello di avanguardia delle rispettive strutture statali. L’agilità di una organizzazione di cui il volontariato costituisce la base, oltre che uno dei Principi Fondamentali, consente alla Croce Rossa di intervenire in via di urgenza al manifestarsi di un nuovo bisogno, salvo poi cedere le sue realizzazioni ai pubblici poteri, una volta che questi siano in grado di gestire in prima persona i servizi che loro competono, senza più delegarne ad altri la responsabilità.
Proprio per questo leitmotiv della sua azione, che si ripete in tutto il mondo, la Croce Rossa deve essere snella, operativa, efficace. Se così non è, come pure capita da qualche parte anche a motivo di una patologica ipertrofia di struttura, la Croce Rossa diventa un doppione del Ministero della Sanità della cui esistenza non c’è nessun buon motivo se non di forma.

Come se si mettesse un’etichetta falsa a chiamare Croce Rossa ciò che Croce Rossa non è. Come le magliette o i jeans contraffatti dai pataccari. Al di fuori del suo ruolo di pioniera e di avanguardia, ci sono solo due motivi che consentono alla Croce Rossa di continuare a gestire in proprio i servizi: quando il costo di questi è inferiore, a parità di resa, a quello ottenibile con l’impegno diretto dello Stato, e ciò è possibile quando i volontari giocano un ruolo preponderante; ovvero quando la qualità è nettamente superiore.

E’ questo il caso delle scuole di formazione del personale infermieristico. Se in tutto il mondo la Croce Rossa continua a gestire le scuole e queste scuole sono ovunque le migliori, quale che sia la longitudine o la latitudine del Paese in questione, un motivo ci deve pur essere: l’applicazione del Principio Fondamentale di Umanità illumina le scuole di un carisma che nessuna altra istituzione possiede. Se ad un infermiere si toglie l’educazione ideale e l’afflato umanitario come fondamento del proprio operare, resta la semplice manualità difficile da tollerare col tempo e da cui possono nascere i mostri della disattenzione, dello sgarbo e della intolleranza.

Se da un punto di vista teorico è chiaro quale sia il ruolo della Croce Rossa nella gestione dei servizi, nella pratica le cose si complicano e la storia della C.R.I. negli ultimi decenni ne è buona testimone. Quando la riforma ospedaliera sottrasse alla C.R.I. gli ultimi ospedali fu una specie di tragedia per l’Associazione che tentò in ogni modo di resistere a quello che veniva vissuto come un torto. Lo stesso sta avvenendo ora con il C.N.T.S. e con i Centri Trasfusionali.

Lo stesso avverrà in futuro con il Pronto Soccorso. Anche se teoricamente non fa una piega che lo Stato gestisca direttamente le attività trasfusionali, è ovvio che emergano le spinte corporative di chi non vuole il cambiamento, un pò per amore delle proprie realizzazioni, un pò perché l’uomo è un animale abitudinario che tende alla omeostasi ed ogni cambiamento è sempre un trauma che è più facile combattere che accettare.

E poi non si può pretendere che tutti abbiano chiara la filosofia di Croce Rossa e ad essa, e solo ad essa, adeguino il proprio operare. Ancora più complesso si fa il discorso affrontando il problema del Pronto Soccorso. La cosa è di stretta attualità, perché proprio quest’anno, con l’istituzione del 118, lo Stato ha inteso mettere in pratica quella che è una sua precisa ed ovvia responsabilità, la gestione cioè delle emergenze extra e pre-ospedaliere.

Se si è arrivati a questo passo, obbligato per tutte le nazioni civili e sviluppate, in una situazione confusa e con un’Italia a macchia di leopardo, la responsabilità, riconosciamolo, è anche della C.R.I. Il Decreto del Capo Provvisorio dello Stato del 1947 affidava alla Croce Rossa Italiana il compito di “organizzare e disimpegnare sul piano nazionale il pronto soccorso ed il trasporto degli infermi e degli infortunati con i propri servizi a gestione diretta ed altresì mediante il coordinamento e la disciplina di quelli effettuati da altre associazioni locali.”

Ma, nella pratica, questo coordinamento non è mai stato esercitato e, se lo è stato, è stato fatto male, tant’è che ogni organizzazione è andata per conto suo. La stessa Croce Rossa, inoltre, ha gestito in maniera che eufemisticamente potremmo definire originale la grande responsabilità che le derivava dai compiti affidatile nel 1947.

Secondo la logica in ogni città un nucleo di professionisti del soccorso (quelli che, con un termine che a me non piace, amano definirsi “dipendenti”) avrebbe dovuto costituire l’asse portante dei servizi in ambulanza, addestrando ed inquadrando gli ausiliari rappresentati dai volontari. Ma cosi non è stato. La riprova è che la distribuzione dei dipendenti in tutta Italia obbedisce a logiche che non hanno nulla a che vedere con la razionalizzazione di un servizio gestito da un ente pubblico nazionale e non da una confraternita di organizzazioni locali indipendenti.

Mentre Roma, Napoli e Palermo da sole hanno il privilegio di avere ben 268 operatori di pronto soccorso (senza contare gli appartenenti al Corpo Militare), pari ad una notevole percentuale dell’intero organico nazionale, in altre decine di città il servizio è espletato soltanto da volontari, ovvero è a mezzadria in un bizzarro accavallamento di figure e di ruoli che fa della Croce Rossa una organizzazione tutta particolare, l’unica certo in cui militari ed obiettori di coscienza, volontari e dipendenti possono fare assieme lo stesso lavoro senza particolari distinzioni.

Mutatis mutandis sarebbe come se la pubblica istruzione avesse mandato le proprie maestre solo in alcune città, lasciando le scuole elementari in mano alla disponibilità dei volontari in altre. Così quello che avrebbe potuto essere un modello di servizio a costi contenuti per il concorso del volontariato, non è stato un servizio modello, creando diffidenze e malumori che hanno reso non più dilazionabile l’assunzione in prima persona da parte dello Stato, e per esso delle Regioni e del Servizio Sanitario Nazionale, del Pronto Soccorso e del Trasporto Infermi.

A questo punto, che cosa resta alla C.R.I.? Secondo logica, resta soltanto la possibilità di concorrere alla gestione del servizio in regime di convenzione come semplice organizzazione di volontariato. Non si vede infatti come e perché lo Stato debba convenzionarsi con una Croce Rossa che esplichi il servizio di Pronto Soccorso e Trasporto Infermi con personale retribuito quanto quello delle USL a ciò preposto.

In questo modo lo Stato pagherebbe due volte, la prima con il contributo che consente alla Croce Rossa di retribuire i propri dipendenti e la seconda con i costi del convenzionamento. Sarebbe un caso incredibile di spreco, molti obietterebbero che lo Stato non amministra bene le proprie risorse ed il tutto andrebbe a danno dell’immagine stessa della C.R.I.

Chi sogna ampliamenti degli organici della C.R.I. anche solo per tornare a numeri stabiliti quando le leggi e la situazione del Paese erano diverse si muove fuori dal tempo e fuori da una corretta ottica di Croce Rossa. Tanto personale, tanti contributi dello Stato per pagarlo, tanta spartizione partitica per assumerlo, tanto potere: potrà anche essere un’equazione attraente per qualcuno. Non certo per noi.