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L'Adolescente!

Marzo 1996.

Era lì davanti a me, con l’aria di chi volesse interrogarmi ma ad un più attento esame, vidi che in realtà non mi guardava. Il suo sguardo vagava oltre le mie spalle, uno sguardo vacuo, inespressivo. Per curiosità, mi voltai ma non vidi nessuno in particolare, solo una folla di passanti che a quell’ora camminavano trafelati, diretti probabilmente a casa propria. Rimasi seduta sulla panchina ad osservare i bimbi giocare, ridere, canticchiare. La mia attenzione fu attratta da una bella bimba dai riccioli biondi e profondi occhi azzurri, stava muovendo i suoi primi passi. In quel momento, non mi accorsi del giovane che mi sedette accanto. Mi voltai, lo vidi con il capo chino e le spalle curve, mi pervase un’intensa emozione o forse compassione, non saprei definirlo. Compresi solo che quel ragazzo stava soffrendo ed io mi sentivo impotente, non sapevo cosa fare, come comportarmi: una parte di me, voleva aiutarlo, l’altra, mi consigliava di lasciarlo perdere, forse era un drogato, un malato d’AIDS, uno psico-labile. Accanto a me, si sedette una nonna che doveva imboccare la merenda al nipotino, così, fui obbligata a spostarmi e mi avvicinai di più al giovane, inavvertitamente lo urtai:
- Mi scusi!- gli dissi. Non mi rispose ma, ad un tratto, un lamento simile ad un “animale ferito”, mi fece sobbalzare. Lo guardai e questa volta con determinazione gli chiesi:
- Si sente male? - annuì e con voce flebile mi rispose:
- Sta per venirmi una crisi!.- All’udire quell’affermazione, rimasi ammutolita, invece la nonna si alzò in fretta e preso in braccio il nipotino, si affrettò in un’altra direzione. Io rimasi lì a riordinare le mie idee, alla fine, gli chiesi:
- Vuole che l’accompagni in ospedale? -
non mi rispose. Evidenti tremori lo scossero, facendolo sobbalzare, si poggiò una mano sul cuore con una smorfia di dolore, per un solo istante, alzò lo sguardo verso di me e il suo pallore mi colpì. Cercò di alzarsi e vi riuscì a malapena, provò a camminare ma i suoi passi furono incerti, vacillò visibilmente come in genere capita agli ubriachi. Alcune mamme gli lanciarono occhiate sprezzanti, altre, scapparono via dal giardino portandosi dietro i figli recalcitranti, nessuno si preoccupò di aiutarlo.
Notando quest’indifferenza e questo “fuggi fuggi” generale, decisi di aiutarlo. Mi alzai dalla panchina e lo seguii, nel momento in cui lo vidi cadere, gli porsi il braccio.
- Venga!- gli dissi - Ho la macchina posteggiata qui vicino, l’accompagno al pronto soccorso!-.
Mentre guidavo velocemente in mezzo al traffico cittadino, cercai di rivolgergli qualche domanda, volevo sapere di cosa soffrisse ma notando la sua sofferenza, lasciai perdere, continuai a guidare e ad osservarlo in silenzio: il suo pallore e la sua magrezza erano veramente spettrali. Giunti al pronto soccorso, decisi di lasciarlo alle cure mediche e di ritornare a casa mia, ma, fu lui a consegnarmi la carta d’identità, chiedendomi gentilmente di prenotarlo all’accettazione. Decisi di fargli ancora questa cortesia, ma, entrando insieme nella sala d’attesa, il coraggio mi venne meno. Molti sguardi indagatori e ironici puntarono su di noi, paroline scambiate sotto voce e frasi lasciate a metà, mi fecero arrossire. Feci accomodare il ragazzo su una sedia e immediatamente due persone sedute affianco, si alzarono per dirigersi alla parte opposta della sala. Li guardai con aria di sfida e questa volta furono loro ad abbassare lo sguardo. Mi presentai all’accettazione e diedi la carta d’identità all’infermiera, non prima però di aver sbirciato la data di nascita: 13 marzo 1979. Un minorenne di diciassette anni.
L’infermiera prese il documento, chiamò i barellieri, i quali, arrivarono di corsa, sollevarono il ragazzo come fosse un fuscello e lo adagiarono sulla barella, in un baleno scomparvero dietro la porta a vetri. Rimasi un attimo incerta sul da farsi, mi sarebbe piaciuto aspettarlo ma si era fatto molto tardi e dovevo tornare a casa da mio marito, chissà come stava in pensiero. Mi dispiaceva non essere riuscito a salutarlo, così, non ci pensai su due volte. Presi dalla borsetta un pezzetto di carta e scrissi due righe di saluto e d’augurio ma non lo firmai. Mi avvicinai all’infermiera dell’accettazione e le chiesi notizie del ragazzo.
-Lei è una parente?- mi domandò. La mia onestà prevalse e le risposi con un secco -No!-
- Mi spiace, non posso darle informazioni!- mi rispose altrettanto seccamente.
-Volevo solo sapere se ho aiutato un drogato?- le chiesi con arroganza. L’infermiera mi osservò bene, poi, con tono più cortese mi rispose:
- Non è un drogato e non è la prima volta che viene qui, comunque anche lo fosse stato, lei, ha aiutato un essere umano!”- Prima di andarmene, le porsi il biglietto pregandola di darlo al ragazzo.
Nei mesi seguenti, ripensai più volte a quell’incontro. Ogni volta che vedevo un ragazzo passeggiare per strada che poteva assomigliargli, mi fermavo ad osservarlo, per vedere se riconoscevo il giovane di quel pomeriggio di marzo. Tornai più volte a passeggiare in quel giardino pubblico. Mi sedevo sulla stessa panchina e stavo ore ad osservare il solito gioco dei bimbi, le solite mamme, le solite nonne. Una mattina di primavera del 1997, attraversai per caso il giardino, lo usai come scorciatoia per arrivare al più presto in ufficio. Mentre camminavo velocemente, il mio sguardo fu attratto da una giovane coppia, che si stava scambiando tenere effusioni, distolsi immediatamente lo sguardo per non apparire indiscreta, ma quel ragazzo, il suo volto, aveva qualcosa di familiare, ebbene sì, era proprio lui! L’avevo riconosciuto, il volto magro ma non pallido, i grandi occhi verdi, questa volta, espressivi e ridenti. Continuai a camminare per la mia strada, non me la sentii di intromettermi nelle loro effusioni. Dopo circa dieci minuti, mi sentii toccare su una spalla:
- Signora? Mi scusi, posso parlarle un momento?- pensai si trattasse del solito impiccione che faceva indagini di mercato. Mi voltai con espressione seccata, ma il mio volto s’illuminò quando vidi il giovane adolescente in compagnia della ragazza.
- L’ho cercata per molto tempo!- mi disse tutto d’un fiato. -Volevo ringraziarla. Ha fatto molto per me, mi ha salvato la vita! Poche persone sono così disponibili come lei!
-”Per carità!- gli risposi -”chiunque avrebbe fatto lo stesso, si vedeva che stava male
- “Non chiunque!- m’interruppe, - Solo persone sensibili come lei e ce ne sono poche, purtroppo. La maggior parte della gente, mi considera un drogato, sono talmente diffidenti che hanno paura persino ad avvicinarsi. Io non sono un drogato: soffro di anoressia e sono soggetto a crisi di panico. Nel momento della crisi, non mi rendo neppure conto di dove mi trovo. Quel giorno dopo essere uscito dal pronto soccorso, non mi ricordavo neppure come c’ero arrivato. L’infermiera mi diede il suo biglietto, ma non era firmato e io non sapevo come ringraziarla. Ho persino fatto pubblicare degli annunci sui quotidiani locali ma evidentemente lei, i giornali non li legge! Sono stato in ospedale per diversi mesi, mi hanno curato ed ora eccomi qui, con la mia ragazza!- Tesi la mano e sorrisi ad entrambi.
- Sono contenta per voi! L’amore a volte può essere una cura miracolosa, cercate di aiutarvi l’un l’altro e mi raccomando, si ricordi di nutrirsi. L’anoressia è come il suicidio, solo che è un suicidio lento, un’agonia che può durare mesi o anni; perché suicidarsi lentamente, quando la nostra vita è nelle mani di Dio e solo Lui ha il diritto di prendersela, quando lo vorrà! Vi faccio tanti auguri e che il Signore vi protegga sempre!- Detto questo, li salutai e ritornai sui miei passi, lasciandomeli alle spalle con il presentimento che non li avrei più rivisti. Mentre mi avviavo verso l’ufficio, ritornai con la mente alla mia adolescenza: avevo quindici anni quando confidai per la prima e unica volta ad un mio coetaneo di essere anoressica, scappò spaventato a farsi consolare dalla sua mamma, convinto di averlo infettato da chissà quale malattia. L’anoressia non è una malattia virale né contagiosa ma è una malattia che non va sottovalutata e va curata e soprattutto si può guarire. Io c’è l’ho fatta e non ho mai più avuto ricadute.
Basta volerlo!