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Il Commissario straordinario

Bagdad: l’ospedale potrebbe chiudere a giugno

La Croce rossa pronta a lasciare l’Iraq
Il capo missione: ostaggi liberi o vado via. Annan: sì a una forza multinazionale








BAGDAD - Aria di smobilitazione all’ospedale della Croce rossa italiana. Per la prima volta dal suo arrivo a Bagdad, il 14 aprile (due giorni dopo la cattura degli italiani), il commissario straordinario Maurizio Scelli ieri pomeriggio parlava di lasciare l’Iraq. «Non posso restare qui a tempo indefinito. Ho un lavoro di avvocato, la mia vita privata. Se entro 48 ore non riceverò segnali concreti sulla possibilità del rilascio degli ostaggi, tornerò in Italia», diceva seduto sul muretto all’entrata. Davanti a lui Alì, 4 anni, in carrozzella: ha perso l’avambraccio sinistro e la gamba, ha gravi ferite al basso ventre. E’ una delle vittime civili dei bombardamenti americani su Falluja. Ma lui ha una possibilità in più: la Croce rossa lo porterà in Italia per le protesi e le cure specialistiche.

Scelli lo chiama, sorride, scambia qualche battuta con gli infermieri. Ma è deluso, e si vede. Ieri i responsabili dell’ospedale hanno parlato con il personale iracheno di smantellamento totale della struttura «entro fine giugno», a 13 mesi dalla sua nascita. «Hanno detto che se non vengono liberati gli ostaggi l’ospedale chiuderà», confidano alcuni infermieri. Scelli non smentisce. «Questa è una missione pagata dalla Farnesina, costa 1 milione di dollari al mese. Non può durare all’infinito», commenta. Ma la sua attenzione è altrove: «Gli esponenti dell’Assemblea degli Ulema parlano con troppe voci, a volte contraddittorie. Mi domando se davvero ci sia stato un negoziato degno di questo nome, se si è mai arrivati vicino al rilascio come più volte ci hanno fatto credere. Non so neppure se qualche mediatore sia arrivato ai rapitori. Magari no, magari è tutto un bluff», sospira.

Si è prodigato per creare un clima favorevole, ha organizzato 4 convogli di aiuti alla gente di Falluja e l’assistenza a circa 500 sfollati in un campo di tende a Nord di Bagdad. Tutto inutile? «Non credo. I tempi del Medio Oriente arabo sono diversi dai nostri. E noi non abbiamo fretta. Perché la fretta è nemica di chi spera che la situazione si risolva. A noi importa che ogni giorno possa produrre qualcosa che convinca l’opinione pubblica irachena a essere strumento di pressione sui sequestratori».

E’ un guizzo di ottimismo. Ma di fronte all’eventualità di un fallimento mette le mani avanti: «Noi della Croce rossa non siamo mai stati parte del negoziato. Io non ho mai trattato per la liberazione degli ostaggi. Ho offerto la nostra neutralità e il bene compiuto dall’ospedale italiano per creare il clima favorevole al rilascio. E sul nostro lavoro di quest’anno nessuno può dire nulla: 55.000 iracheni curati, solo 110 deceduti, oltre a 150 pazienti gravi portati a curarsi in Italia a spese nostre».

Sulla credibilità delle nuove richieste che sarebbero state avanzate dai sequestratori ha molti dubbi: «Non so giudicare. Ma starei attento a tutto ciò che viene detto sulla vicenda». Difficile dargli torto. Tre sere fa, mentre si parlava di liberazione «entro mezzanotte» e gli Ulema sostenevano che gli ostaggi sarebbero stati consegnati alla Croce rossa, altri portavoce della stessa organizzazione sunnita si dicevano «molto scettici» e altri ancora indicavano come «interlocutore privilegiato per la liberazione» la rappresentanza diplomatica italiana. Chiude Scelli: «Se ascoltassi le offerte di aiuto e le richieste di soldi in cambio di notizie che giungono ogni giorno diventerei matto. Giorni fa alcuni notabili locali mi avevano offerto il corpo di Quattrocchi, compresa la bara e i componenti chimici per fermare la decomposizione. Sembravano seri. Poche ore dopo erano svaniti».