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Irak: per M. Scelli non ci sono dubbi...non possiamo lasciare!

«MA NOI SIAMO IN IRAK PER COSTRUIRE IL FUTURO»

Il commissario straordinario della Croce rossa italiana sostiene che la discussione sulla guerra è ormai superata.

«Lasciare adesso l’Irak sarebbe come decidere di attraversare un fiume e poi fermarsi a metà. In questi 11 mesi il Paese ha fatto passi da gigante, la popolazione ha cominciato a capire che cosa vuol dire vivere liberi, con tutti i pro e i contro. Dobbiamo accompagnarli ancora verso la democrazia, che non è cosa che s’improvvisa, non è dietro l’angolo e ha bisogno di garanzie. E la garanzia delle garanzie dev’essere l’Onu».

Maurizio Scelli, avvocato, commissario straordinario della Croce rossa italiana, dopo essere stato per anni segretario generale dell’Unitalsi, non ha proprio dubbi. In Irak bisogna restare e, se possibile, smetterla «con questo dibattito pro o contro Bush che rischia di far dimenticare che in ballo c’è la sorte di milioni di iracheni».

Sospendere il giudizio e andare avanti comunque: è la sua proposta?
«La discussione sulla guerra è cosa vecchia, fuori tempo, perché non c’è più guerra, non c’è più motivo. Speriamo che quanto è accaduto serva a evitare ulteriori guerre. Ma per ottenere questo risultato bisogna costruire la pace, risultato che si ottiene non con le manifestazioni di piazza fatte comodamente standosene a casa propria, ma con gesti concreti realizzati stando vicino, anche fisicamente, alle popolazioni che sono in stato di bisogno».

Ma si può davvero fare a meno di un giudizio politico? Lei cita l’Onu, che però in Irak è fuori causa. E non pare che l’Amministrazione provvisoria Usa lo invochi…
«E sarà ancora così, se ci si limita a discutere. Bisogna sedersi a tavolino ed elaborare strategie concrete. C’è una crisi umanitaria gravissima che i Paesi più evoluti, coordinati dalle Nazioni Unite, possono gestire per far sì che gli iracheni recuperino il tempo perduto e si abituino a una democrazia in cui ognuno riconosce agli altri il diritto a esistere e non rischia di essere ucciso o violentato solo perché ha mancato in qualche modo di fronte al rais. A Baghdad ormai le parabole sono spuntate come funghi e io spero che davvero laggiù non si sappia nulla di queste nostre discussioni, che offendono la loro dignità. È come offrire un pasto a un affamato e poi rinfacciarglielo».

Tutto questo vale anche in presenza di un Governo esterno, garantito dall’occupazione militare?
«Intanto c’è un Governo provvisorio di iracheni che comincia a dire la sua, a manifestare idee e prospettive. E poi, oggi, la presenza militare è assolutamente residuale. Se uno va a Baghdad, dove io sono stato otto volte, vede che la città è stata restituita al vivere comune, non c’è più il coprifuoco, la gente la sera esce, di giorno va al mercato, fa le sue cose. È difficile, ormai, trovare soldati americani in Baghdad. Purtroppo molti di quelli che parlano dell’Irak non sanno neppure dove stia sulla cartina geografica. Parlano per sentito dire o per obbedienza a una linea politica, portata avanti a prescindere dai riscontri».

La prossima scadenza, per l’Irak, è quella del 30 giugno. Che cosa prevede per quella data?
«È impensabile che si possano tenere le elezioni. Questa popolazione va ancora presa per mano e guidata durante la rinascita degli apparati della sicurezza, dell’amministrazione della giustizia… Non è certo un caso se gli attentati adesso mirano soprattutto a colpire coloro che dovranno gestire l’ordine pubblico. È un processo in continua evoluzione, che dà molto fastidio ai terroristi».

Voi della Croce rossa italiana non avete mai avuto gravi problemi di sicurezza. Perché?
«Gli iracheni nutrono profonda ammirazione e gratitudine per gli italiani, che sono diventati la pietra di paragone per il lavoro degli americani. Noi abbiamo avuto per qualche tempo la scorta dei carabinieri, i quali, finito il turno, posavano divisa e armi, indossavano jeans e maglietta e venivano all’ospedale da campo a dare una mano a medici e infermieri. Vedere dei soldati che tiravano fuori un cuore grande così ha fatto capire agli iracheni che quella non era una missione militare, bensì una missione umanitaria e di pace. Il giorno di Natale percorsi la strada da Baghdad a Nassiriya, che per quel giorno specifico era ritenuta la più pericolosa del mondo. Mi scortavano 12 poliziotti iracheni. Durante il viaggio mi dissero che erano tutti volontari, proteggevano la mia vita a rischio della loro perché io, in quel momento, rappresentavo l’Italia, un Paese a cui loro erano molto grati. Perché non riusciamo a essere orgogliosi di essere considerati una speranza da un popolo così sfortunato? Perché riusciamo a tifare Italia solo quando gioca la Nazionale di calcio?».

Un’ultima domanda: dentro la Croce rossa italiana nessuno ha dubbi?
«Nessuno, neppure dopo gli attentati contro l’Onu e la Croce rossa internazionale, ha mai pensato che bisognasse venir via. Semmai qualche polemica c’è in senso opposto. C’è chi dice: perché mandi lui e non me?».