L'esistenza di Dio

Basilare pilastro della teologia è ammettere l'esistenza di Dio; qui vedremo le attribuzioni date a Dio (Allah) dai musulmani.

Il primo e fondamentale pilastro della teologia islamica è semplicissimo e riassumibile in due parole (di numero): Dio esiste. Su questo non ci piove e nessun musulmano dubiterebbe; il nome di Dio (Allah) nasce dalla contrazione di al-ilah (lett. “il dio”). In italiano invece scriviamo Dio con la maiuscola quando indichiamo la nostra divinità, mentre dio con la minuscola se vogliamo menzionare un “dio” generico, senza cioè avere due differenti vocaboli.

Dio possiede per l’islam molte caratteristiche, innanzitutto è insostanziale e incorporeo. Ciò si oppone a quei musulmani che sostenevano la sua corporeità, alla luce di determinati passi coranici in cui si afferma che “Dio è assiso sul trono”; Dio infatti, non sta in nessun luogo, non è definibile e non è raffigurabile. A coloro i quali sostengono che “sta in cielo” si risponde che i passi e simboli sacri sono solo realtà spirituali e non prove certe di quanto si afferma.

Per quanto riguarda il passo suddetto (“Dio è assiso sul trono”), interessante il commento di Malik ibn Anas, teologo e giurista fondatore di una scuola giuridica importantissima: “il fatto che Dio sia seduto è ben noto: ora il modo di questo sedersi è ignoto e anche il chiederci è eretico perché siamo obbligati a crederci per pura fede”. Inoltre, la Pietra Nera incastonata nella Ka‘ba fulcro del pellegrinaggio islamico sarebbe la “mano di Dio” (yad Allah).

Dio è anche uno (wahid) ed unico (ahad), nel senso che non è possibile dividerlo in parti e non è ammissibile alcuna forma di politeismo: la coesistenza di più divinità genererebbe caos e inimicizia fra le parti. Importanti anche sono gli attributi (sifàt) di Dio, fissati a sette, essi sono: potenza, scienza, vita, volontà, udito, vista, parola.

Tali attributi qualificano la divinità islamica; è importante mettere in luce alcune differenze concernenti proprio le sifàt fra Islam e Cristianesimo. Per i musulmani, la potenza divina si estrinseca in varie maniere: Dio è portatore di una forza creatrice immensa che gli permette di creare sia uomini ed animali sia i loro atti. Cioè, quando muoviamo una mano, per l’islamico Dio ha creato prima l’uomo, poi la mano e infine l’atto del movimento, perciò ogni azione umana è tale solo “di riflesso”, in quanto l’uomo non è mai creatore dei propri atti. L’uomo è quindi proprietario per “acquisizione” (iktisàb) delle sue azioni, e non loro diretto creatore.

La scienza divina lo rende in grado di conoscere tutto ciò che esiste, uomini, animali, piante, comprese le creature non ancora nate; la vita è implicita nelle definizioni di vivente, ossia “essere che conosce se stesso e conosce il proprio essere e gli altri da sé distinti”, divenendo così attributo divino. L’udito e la vista di Dio sono intendibili ai sensi del Corano non in senso antropomorfico ma rispecchianti la sua perfezione e la sua onniscienza.

Attributo fondamentale è la parola: Dio ha parlato ai musulmani attraverso il Corano, diretta parola divina, negare questo significherebbe negare l’Islam nella sua interezza. Tuttavia, Dio non avendo corporeità quindi non possedendo una bocca, ha trasmesso la parola tramite suoni e lettere concretizzati poi nel libro sacro; inoltre la vera e sola parola divina sta nel cuore dei fedeli, non soltanto nel Corano, che ne riporta i segni; gli attributi divini sono eterni come Dio stesso e di conseguenza sarà eterno anche il Corano, in quanto sua parola. Dio inoltre possiede secondo la teologia ortodossa classica 99 nomi, chiamati “nomi più belli”, i quali sono situati in una specie di rosario, composto da 99 grani, e recitato dai musulmani in occasione delle principali festività. I nomi sono recitati preceduti da ya, particella vocativa araba corrispondente al nostro “o” aulico nelle invocazioni (per es. O Signore!); da tale pratica di recitazione del rosario deriverebbe anche il nostro rosario cristiano.

Ulteriore passo del catechismo ortodosso è quello dedicato alle operazioni di Dio; qui si registrano sostanziali differenze rispetto alla teologia cattolica. Se infatti il teologo cristiano sostiene che il principale attributo di Dio sia la redenzione, quello islamico esegue un’analisi attenta e precisa volta a confutare totalmente questo concetto; noi sosteniamo spesso l’obbligatorietà da parte di Dio di compiere determinate azioni. Espressioni come “Dio deve fare ciò” sono per il musulmano tremenda bestemmia, perché il dio islamico è totalmente libero di agire come vuole, quando vuole, e non ha alcun diritto di imporre obblighi ai suoi servi. Ossia, non è affatto sicuro che chi soffre in vita avrà il paradiso, e Dio può anche far soffrire i suoi fedeli liberamente, così come può premiare chi non merita nulla; insomma, è un teismo razionale quello musulmano. E qualora noi cristiani obiettassimo che Allah è ingiusto, il musulmano replicherebbe dicendo che l’ingiustizia è propria solo di chi può apportare danni alla proprietà altrui, ma siccome Dio è il proprietario di ogni cosa e non è soggetto a nessuna legge superiore, il problema non si pone proprio.

Altra differenza con il teismo cristiano sta nell’eternità delle pene infernali: la teologia ortodossa islamica nega totalmente questo concetto. Infatti, pensa il teologo musulmano, perché Dio dovrebbe castigare eternamente un reo, se il suo peccato consta in una frase durata pochi attimi? Inoltre, l’uomo non è obbligato a conoscere Dio né ad essergli grato per quanto gli ha concesso; la ragione umana serve soltanto a comprendere il messaggio lasciato dal Profeta nel Corano. Ciò potrebbe contrastare aprioristicamente con l’affermazione classica che il Corano sia stato dettato da Dio a Maometto; in realtà il contrasto svanisce osservando che la rivelazione incita solo l’uomo a riflettere sui segni dell’universo e a dedurre la presenza di Dio da questi ultimi: il Libro è una simbologia collegata al divino.

Fonti:

Bausani A., L’Islam, Garzanti

Filoramo G., Islam, Laterza.

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