
Nel canto XXVIII dell’Inferno si trovano infatti, additati come scismatici, il Profeta Maometto e il genero ‘Ali (figura chiave dello sciismo), i quali subiscono un tremendo castigo. Particolarmente truce la descrizione del Profeta:
Già veggia, per mezzul perdere o lulla,
com’io vidi un, così si pertugia,
rotto dal mento infin dove si trulla:
tra le gambe pendevan le minugia;
la corata pareva e ‘l tristo sacco
che merda fa di quel che si trangugia
Questa terribile descrizione ha suscitato talvolta le ire dei musulmani ma in realtà le cose non sono così semplici; Muhammad appare al Poeta interamente squartato, con le budella di fuori, ridotto peggio di una botte (veggia). Alla vista di Dante, il Profeta indica suo genero ‘Ali, anche lui mutilato:
Dinanzi a me sen va piangendo ‘Ali
fesso nel volto dal mento al ciuffetto.
E tutti li altri che tu vedi qui,
seminator di scandalo e di scisma
fur vivi e però son fessi così.
La motivazione dell’astio dell’Altissimo Poeta verso Maometto sta nei costumi dell’epoca; nel Medioevo chiunque non fosse stato cristiano era considerato eretico. Siamo nel periodo delle Crociate quindi del grande risentimento verso l’Islam da parte del mondo cristiano: l’atroce pena subita dagli scismatici (mutilati e squartati dai diavoli) è dovuta al fatto che costoro seminarono discordia nel mondo con le loro dottrine. Da buon medievale, quindi, Dante non poteva nutrire sentimenti diversi da questi: l’Islam era una religione nemica che attentava alla cristianità ma fondamentalmente nessuno la conosceva dal punto di vista teologico e dottrinale.
Non bisogna dimenticare che la Prima Crociata ebbe luogo quasi due secoli prima della nascita del Poeta (1095-96) e nel 1213 venne indetta la Quinta Crociata sotto papa Innocenzo III; per questo egli, da figlio del suo tempo, non poteva avere una visione “tollerante” della situazione, come diremmo oggi.

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