
Le parole “composizione” o “compilazione” qui usate sono un po’ fuorvianti; per i musulmani il Corano è infatti diretta parola di Dio che il Profeta ha scritto sotto dettatura dell’angelo Gabriele, emissario divino.
Quindi Maometto non è l’autore del sacro testo, ma semplicemente il suo redattore, poiché tale libro è stato “rivelato” ai musulmani (si parla perciò di “rivelazione coranica”); ciò che è interessante ai nostri occhi è la forma attraverso cui è avvenuta questa rivelazione.
Il Corano fu rivelato in forma orale e oralmente trasmesso dal Profeta ai fedeli; non esisteva dunque alcuna copia scritta del testo. In effetti la tradizione dipinse Muhammad come analfabeta, quindi non poteva in nessun modo scrivere, tuttavia esistono versetti scritti (o forse dipinti) su pietre o altri supporti di fortuna; solo alla morte del Profeta nel 632 si è cercato di dare una dimensione unitaria a questi frammenti, provando a crearne un libro.
I discendenti del Profeta infatti – che avevano imparato a memoria il testo – presto morirono lasciando così la comunità in pericolo, poiché il rischio di perdere quello che Muhammad aveva detto era altissimo; allora ‘Umar, poi divenuto secondo califfo, persuase il primo successore del Profeta Abu Bakr di unire questi frammenti in un libro unico. Affidò tale incarico ad un liberto di quest’ultimo, Zayd ibn Thabit, che raccolse su vari fogli i pezzi del Corano, creando così la prima vera sistematizzazione del Libro; tuttavia, per ottenere una edizione importante, occorrerà attendere ancora qualche anno. (continua)
Fonte: Filoramo, Islam, Laterza 2002.

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