Il Corano: genesi e composizione - parte III

Proseguiamo l'analisi della composizione coranica.

In molte città dell’impero si andavano diffondendo diverse versioni del Corano, elaborate da vari Compagni del Profeta (come Ibn ‘Abbas) e la cosa creava diversi problemi poiché queste versioni differivano tra loro, lasciando i musulmani nell’incertezza e alla ricerca di una sistemazione definitiva; il terzo califfo ‘Uthman creò appositamente per questo scopo una commissione che doveva giudicare le varie versioni, per poi eleggere quella migliore.

Membro di questa commissione era anche Zayd ibn Thabit il quale si impegnò molto per definire una edizione soddisfacente; l’impresa era ardua perché la lingua araba del tempo non aveva né vocalizzazioni né punteggiatura, rendendo assai difficile interpretare il testo. Ne uscì comunque una versione discreta che piacque molto al sovrano ‘Uthman, il quale la inviò alle quattro principali città dell’impero islamico di allora: Kufa, Basra, Mecca e Damasco.

Era nata così la prima vulgata del Corano, e in certi versi l’edizione uhtmaniana è seguita ancora oggi, a oltre mille anni di distanza; per dare un’idea di come sia approssimativa la scrittura araba del tempo si possono citare le interpretazioni di due versetti: il 75,17 dice: “a Noi [Dio] (‘alayna) spetta di raccogliere [la rivelazione]” nell’edizione di ‘Uthman. Nei testi sciiti invece diventa: “al nostro ‘Ali (‘aliyyuna) spetta…” in 33,56 si afferma secondo la vulgata uhtmaniana: “Dio e gli angeli pregano sul (‘ala) Profeta”, mentre gli sciiti sostengono che “Dio e gli angeli uniscono ‘Ali al Profeta”. Vedete chiaramente come l’assonanza di certe parole arabe sia pressoché identica ma il significato sostanzialmente diverso; comunque, per dipanare eventuali errori, fu in seguito aggiunta la vocalizzazione. (continua)

Fonte cit. nelle parti precedenti

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