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INLAND EMPIRE di David Lynch (2006)

Il cinema di Lynch è un labirinto. Un dedalo alla Escher, irto d’ostacoli e di repentine deviazioni. Un buio palpitante, uterino, lo avvolge. E’ facile perdersi in esso. Si entra nelle tenebre e non[...]

INLAND EMPIRE

Il cinema di Lynch è un labirinto.
Un dedalo alla Escher, irto d’ostacoli e di repentine deviazioni.
Un buio palpitante, uterino, lo avvolge.
E’ facile perdersi in esso.
Si entra nelle tenebre e non se ne esce più.
Ma non tutti sono condannati al pozzo nero, celato da un manto di velluto.
Trovata la chiave, si svela la luce.
E si sale, si sale, si sale.
La “natural burella” si spalanca su di un cielo che ti fa piangere da quanto è bello.
(In Heaven everything is beautiful)
Basta cercare, e scovar la propria chiave.
Che può esser dietro a un termosifone.
O nella veranda di una casupola di legno a Mount Zion, nel Wisconsin.
O sul marciapiede (lastricato di stelle) dell’Hollywood Boulevard.

Queste le “frasi in libertà” che il più grande e attivo cineblogger che il web abbia mai avuto, Andrea Bruni (già redattore di NOCTURNO Magazine), ha buttato giù dopo aver visto per la prima volta INLAND EMPIRE, l’ultimo lungometraggio del maestro David Lynch.

Questo per dire quanto sia impossibile e sterile cercare di catalogare le suggestioni surreali che la pellicola ci riserva, figlie di un automatismo onirico atto ad allargare la capacità cognitiva e interpretativa dell’oggetto cinematografico.

Non a caso INLAND EMPIRE segue il raffinato Mulholland Dr. con cui condivide la cornice (dai contorni soffusi, sfumati e sempre in penombra) metacinematografica intesa come paradigma, chiave di volta e “diapason universale” per il raggiungimento di universi “altri”, tasselli, schegge (taglienti e orribili piuttosto che malinconiche) che inducono lo spettatore ad abbandonare ancora una volta i rassicuranti concetti di trama e intreccio per un viaggio “poli-emozionale” il più delle volte impensabile in una sala cinematografica.

«a woman in trouble» recita il sottotitolo originale che diventa interfaccia della rappresentazione del femminile, dilaniato da appetiti ferini, sottomesso nei lascivi ed eleganti primi minuti della pellicola (ambientati in una sontuosa e sfocata camera d’albergo) piuttosto che nell’ambiente familiare suburbano e decisamente orrorifico (potrebbe essere altrimenti?). La stessa Laura Dern, scruta, vive il dubbio e il naturale dolore, la disfatta e la paura attraverso la lente rifrangente della macchina da presa in una continua messa in scena composita e disarticolata.

Dagli interni stantii piuttosto che eleganti e “cartonati” agli esterni d’antan (la Polonia degli anni Cinquanta) piuttosto che contemporanei (l’Hollywood Boulevard) INLAND EMPIRE procede per analogie, assonanze e dettagli che costruiscono, ancora una volta, una sorta di opera puntinista di cui ci si può nutrire solo se osservata da lontano, dimenticando il particolare per godere appieno della suggestiva visione d’insieme.

Abbandonate, vi prego, ogni schematismo “lineare” legato all’arte cinematografica e permettetevi un’esperienza straniante nella dimensione (culturale? Onirica? Trascendentale?) del maestro David Lynch, dove il dubbio (vero strumento di libertà intellettuale) la fa da padrone e l’orrore quotidiano si sprigiona in tutta la sua essenza.

Lasciate che la vostra mente sia impero.

TRAILER IN ITALIANO:

CONTRIBUTI ESTERNI:

QUI un parere sulla pellicola da cineblog.it

QUI la recensione da memorie di un giovane cinefilo.

I misteri dell’Impero di Lynch dall’archivio online di Repubblica.

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