
Sulla possibilità che il noir sia in grado di trovare e battere nuove e più interessanti strade a livello di costruzione narrativa e di godibilità del testo tanto si è discusso negli anni passati, soprattutto grazie al lieto avvento di un ben nutrito fronte di scrittori, europei, americani e oggi anche orientali che si sono adoperati con sorprendente entusiasmo per rivoluzionarne le istanze e le caratteristiche intrinseche. A buona ragione è bene inserire in tale gruppo di penne affilate anche Chuck Palahniuk, emblema di un certo tipo di scrittura tagliente, equilibrata e deliziosamente organica. A ribadirlo, la sua ultima fatica, Rabbia. Una biografia orale di Buster Casey da noi edito per la collana «Strade Blu» di Mondadori in cui l’alto grado di sperimentazione narrativa si coniuga all’elegante e vetusto rapporto tra oralità e scrittura.
Gli eventi vengono narrati da una costellazione di personaggi più o meno distanti dalla figura di Buster Casey (che leggeremo in prima persona apparentemente solo di passaggio). Si tratta di familiari, amici, conoscenti, devoti, nemici, e storici, tutti ansiosi di contribuire alla ricostruzione degli eventi oscuri e atroci legati alla vita (o sarebbe meglio dire alle vite?) del giovane protagonista. Già leggendo i primi contributi pare quasi di vederli, seduti in cerchio come nel più classico dei gruppi d’ascolto all’americana, ognuno pronto a dire la sua sulle vicende che man mano vengono prese in considerazione. Già dalle prime battute il lettore deve abituarsi a procedere tra decine di punti di vista e opinioni differenti, allontanandosi costantemente dalla lettura passiva degli eventi.
Ma chi è in realtà Buster Casey? Palahniuk decide di narrarne le gesta partendo dall’infanzia, in una imprecisata e indecifrabile provincia americana, fatta di paesaggi monotoni e paure domestiche, di presunti principi religiosi e terrificanti contraltari. Il piccolo Casey è così violento come tutti dicono? O si tratta di un bambino dotato di capacità straordinarie vittima degli eventi? A spiegarlo saranno i dettagli organici, all’inizio presenti come saltuari riferimenti al veleno animale, agli insetti che in orrorifico movimento abitano i giardini perfetti e curatissimi della periferia urbana (e qui il riferimento al cinema di David Lynch diventa citazione); poi in relazione alle uccisioni e successivamente alle morti apparentemente accidentali e forse per questo maggiormente terribili; infine in relazione alla malattia, quella rabbia del titolo che vedrà in Buster Casey un possente e scellerato superdiffusore.
Dalla comunità suburbana le vicende si spostano presto alla città, per Palahniuk vero simbolo di realtà futuribile, dove l’elemento segregante è essenzialmente costituito dal tempo e soprattutto dalla netta scansione tra giorno e notte. Sarà qui che Buster Casey troverà il suo habitat ideale, tra immaginifici paesaggi notturni, neon, junk food e splendide automobili da distruggere.
Facile scomodare Nietzsche per comprendere le azioni del protagonista, attorniato da una piccola cerchia di fedelissimi freak, deformi nell’aspetto come nelle azioni; meglio parlare di solitudine “da passages” dato che proprio nel movimento e nel party crashing (nuova frontiera di quell’aggregante sociale costituito dai fight club) i protagonisti troveranno le proprie ultime finalità.
Ma qual è il confine ultimo oltre il quale un eroe diventa antieroe? Per Palahniuk la risposta risiede nella malattia, nel dolore che provoca, nei cambiamenti del corpo e della psiche e nel modo in cui è capace di sfigurare una geografia sociale rigidamente definita.
In definitiva un ottimo romanzo capace di sfigurare gli stereotipi legati alla malattia e al concetto di mito postmoderno, altresì in grado di ritrovare l’adorabile intreccio tra parola e organicità intesa come sangue, tessuti e lacerante dolore.
CONTRIBUTI ESTERNI:
QUI booksblog parla di Palahniuk come fenomeno cult.

Salvatore Piombino








