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The short films of David Lynch

In giro per il mondo (compresa la Triennale di Milano) sono state allestite delle salette cinematogafiche in perfetto “stile Eraserhead” per la proiezione degli short films - brevi,[...]

I corti di David Lynch

In giro per il mondo (compresa la Triennale di Milano) sono state allestite delle salette cinematogafiche in perfetto “stile Eraserhead” per la proiezione degli short films - brevi, inquietanti e surreali cortometraggi - di David Lynch. La mostra era The air is on fire e per chi non ha potuto goderne, oggi può recuperare grazie a Raro Video che li ripropone in uno splendido cofanetto insieme a Eraserhead e a Dumbland, una serie di corti di animazione diventato esempio per i cartoonists della nuova generazione.

I corti sono proposti in rigoroso ordine cronologico e vengono introdotti da David Lynch stesso che ne racconta la genesi (a volte genuinamente dadaista come nel caso di The cowboy and the frenchman) e la realizzazione fra un progetto cinematografico e l’altro. Ognuno di questi ha un valore inestimabile in termini di compresione dell’opera mainstream di Lynch e ne mostra tutta la carica sperimentale e decostruttivista, qui completamente libera di esprimersi.

Il primo corto, Six Figures Getting Sick (Six Times) (1966) è realizzato utilizzando la tecnica (deliziosamente straniante) dell’animazione di un minuto proiettata su un’opera scultoria (il calco della testa dello stesso Lynch realizzata da Jack Fisk e riproposta tre volte), che mostra sei figure umane avvinte, contorte e trasfigurate dal dolore, rappresentato in maniera immediata dai colori, dal travaso degli umori fra organi diversi (in primis lo stomaco), e il suo percorso lungo il sistema nervoso e circolatorio. Completa il tutto il suono di una sirena in lontananza. Incredibile pensare che questo costoso cortometraggio (200 dollari) fu realizzato da Lynch durante il suo secondo anno alla Pennsylvania Academy of Fine Art.

Il secondo corto è The Alphabet (1968) ed è a mio parere quello più interessante (e agghiacciante) dal punto di vista artistico e sperimentale. Qui Lynch mette in scena una visione onirica (e per questo surreale e notturna) in cui è rappresentata la difficoltà dell’apprendimento del linguaggio verbale e scritto, l’orrore insito nella costrizione e la carica libertaria del linguaggio visivo (Lynch stesso da piccolo aveva dimostrato difficoltà d’apprendimento decidendo presto di fare dell’ all’arte visiva il suo strumento di comunicazione). Lynch racconta come l’idea sia nata da un incubo avuto dalla nipotina di sua moglie Peggy Lentz (protagonista del corto), in cui la piccola ripeteva ossessivamente l’alfabeto nel sonno.

Con The Grandmother (1970) (realizzato grazie alla notorietà ottenuta da Lynch con The Alphabet), la visione cinematografica di Lynch si fa più materica e vicina alle istanze che saranno poi di Eraserhead: la creazione, l’alienazione violenta dell’ambiente familiare, lo sguardo ingenuo e presto macchiato dell’infanzia. Il corto, girato nella casa di Lynch con la partecipazione di amici e attori non professionisti, racconta la contrapposizione fra Mike, un bambino che vive con i genitori, rozzi, violenti e maneschi (la contrapposizione è anche “visiva” con Mike vestito in completo e cravattino e i genitori discinti, sporchi e scarmigliati). Una sorta di metafora in cui Mike rappresenta la creazione artistica (incompresa e soppressa) e la nonna l’oggetto creato (Mike la crea da un seme e da terriccio posto sul suo letto).

Di grande successo, sopratutto online, il cortometraggio The Amputee (1974), che rappresenta ancora una volta una riflessione sul “seriale” (iniziata con Six Figures Getting Sick e continuata nel progetto televisivo Twin Peaks) e sulla forma (fotografia, scelta della pellicola e del bianco e nero) che vedrà il suo culmine in Eraserhead. Qui una donna con le gambe amputate è impegnata a scrivere una lettera mentre un infermiere (lo stesso Lynch) le medica le ferite. Due versioni sono state girate da Lynch una di quattro minuti e una di cinque, utilizzando due diversi tipi di pellicola in bianco e nero allora in valutazione dall’American Film Institute.

Chiude il cortometraggio The Cowboy and the Frenchman (1988) - realizzato fra Velluto blu e Cuore Selvaggio - in quel periodo in cui Lynch aveva portato la rappresentazione dell’epica americana su un livello più sperimentale e forse più europeo. Divertente a questo proposito pensare che questo cortometraggio fu richiesto a Lynch proprio dalla televisione francese per rappresentare stereotipi e cliché delle due culture: americana e francese. Il risultato è uno spassosissimo delirio country/western posticcio e ironico sul pregiudizio e sulla banalità dell’incomprensione prima della facile conciliazione (mix, miscuglio, commistione) a base di alcool, musica e belle donne… ops pin-up.

In definitiva un’ottima occasione per ampliare e completare la conoscenza della visione cinematografia di Lynch (aggiungendoci magari la lettura di In acque profonde) e comprendere le dinamiche e la poiesi dell’opera d’arte quali questi cinque cortometraggi sono.

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