Intervista a Francesco Paolo Catalano

D.: Francesco dalle tue immagine è evidente che la tua poetica possiede già precisi connotati e stilemi. Come sei arrivato alla fotografia così come la interpreti oggi? R.: La fotografia è una[...]


D.: Francesco dalle tue immagine è evidente che la tua poetica possiede già precisi connotati e stilemi. Come sei arrivato alla fotografia così come la interpreti oggi?

R.: La fotografia è una traduzione linguistica dei miei disegni su carta di occhi truccati, delle mie ricerche identitarie e iconografiche, dell’osservazione antropologica circa la culturalizzazione sociale dei generi e della mia tesi di laurea sulla costruzione dell’alterità.
Il linguaggio fotografico è un punto d’arrivo; è quel tutto fatto di psicologia, antropologia culturale, trucco, teatro.
Ho dovuto sospendere parte del mio percorso “razionale” di vita per nutrire le mie rappresentazioni di emotività.
E’ stato ed è un percorso consapevole di dismorfofobia il motore della mia avidità fotografica.
Sulla base dei silenzi osservativi e della comunicazione non verbale sto tendando di impormi un linguaggio fotografico fatto di non-fotografia. L’andare al di là dell’immagine in sè, il non bearsi del proprio riflesso e la messa in atto di drammi e traumi, segnano quel punto d’arrivo che ha assunto il valore di un inizio fotografico.

D.: Possiedi un archivio di immagini davvero molto ricco che condividi con gli utenti sul web dal portale ormai di culto flickr. Che rapporto hai con la rete?

R.: Ho un rapporto sessuale-ossessivo con la rete.
Ho inizato ad interrogarmi sullo scarto esistente tra la realtà e la virtualità fino a vivere la condizione della trappola e della dipendenza in maniera consapevole.
La rete è un teatro al pari di una ricerca fotografica. Permette di rappresentare senza necessariamente imporre identità nè ceroni.
L’utilizzo della lingua fotografica nella “vita” on-line ha definito meta-processi identificativi e proiettivi che mi hanno permesso di spegnere l’interruttore della scatola incantatrice.
Le parole scritte su un monitor tendono ad idealizzare. L’ostentazione truccata di un ritratto ridicolizza il processo di idealizzazione, suscitando la curiosità dell’andare oltre la fissità di un’immagine imposta.
Flickr ha segnato una svolta nel mio percorso personale: è stato un campanello d’allarme sui sintomi della net-addiction; sulle dinamiche sessuali che si celano dietro patinate pagine fotografiche; ha mediato l’attraversamento virtuale; ha rappresentato quel frigorifero pieno di stimoli in una notte di fame disperata.
Gli incontri al buio fotografici, nati da contatti virtuali, sono pura fonte psico-fotografica. Lo scrutare, l’osservare, il condividere l’immagine da costruire, senza aver mai conosciuto dal vivo un “volto fotografico”, preserva quel delicato rapporto di contatto-distacco empatico tra l’osservatore fotografico e l’osservato fotografato.
Internet è adesso un’agenda lavorativa, una sala prove, un ufficio da pigmalione e rimane, ovviamente, quella misteriosa pagina bianca e impalpabile su cui proiettare rappresentazioni visive.

D.: Il genere, la messa in scena, il trucco sono prerogative delle tue immagini. Come arrivi dall’idea alla realizzazione di un portfolio? Il tuo modus operandi è sempre lo stesso in ogni occasione?

La regia fotografica è un setting semi-terapeutico che nasce, inevitabilmente, dall’incontro e dall’empatia. La prerogativa per il mio lavoro è il non avere specificate delle premesse da parte dei soggetti fotografici. L’autogestione e l’autocontrollo del mio “oggetto di seduzione” mi limitano e censurano. Non voglio nascondimenti nè precauzioni d’uso. Il gioco, la recitazione, l’affidarsi e il mettersi a nudo, sono i denominatori comuni alla riuscita dei miei ritratti.
Dal corteggiamento fotografico al trucco e parrucco, dalle direttive sui costumi alla scelta delle ambientazioni sceniche, considero il momento della regia fotografica determinante per non mettere a disagio l’interlocutore esposto alla luce. Recitare me stesso e vedere recitare altri da me è il processo la cui riduzione si fissa in quel prodotto proiettivo ed identificativo denominato “fotografia”.

D.: La Sicilia, dove vivi, sembra permeare in maniera elegante e originale le tue immagini. Che rapporto hai con l’isola?

R.: Vivo il passato e trapassato remoto della Sicilia, ossia il suo tempo futuro.
Ho bisogno del sole siciliano ma tendo a ricercare l’ombra. Non so definire il mio rapporto con questa terra. E’ un assioma per me essere siciliano, così come sono assiomi le contraddizioni e gli stereotipi culturali e passionali dei racconti orali sentiti e spiati attraverso le fessure delle finestre.
“E’ così e fu così” segna la circolarità dell’isolanità stessa.
I doppi baci tra uomini e l’utilizzo del dialetto, per manifestare virilità tra maschi, sono aspetti di quella carnalità siciliana che ho sempre detestato. Il mio mondo ideale è fatto di abbattimenti di specificazioni maschili e femminili e, in questo, la Sicilia mi fu matriga ma, in quanto madre, mi fu complice e alleata. Conosco poco la psicologia degli uomini siciliani o, probabilmente, l’ho assimilata e mi annoio nel vederla giustificata e valorizzata.

La Sicilia si tinge di donna ai miei occhi e come tale l’ammiro a distanza, forse da una finestra solitaria di una camera sempre semi illuminata.

immagini del fotografo Francesco Paolo Catalano

Commenti dei lettori

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  • pino cricchio

    11 Jan 2010 - 12:36 - #1
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    io personalmente ho un grande amico fotografo…..lui e miei occhi mi hanno aiutato a capire! l’anima!!
    il vostro lavoro semi terapeutico!

  • pino cricchio

    11 Jan 2010 - 12:39 - #2
    0 punti
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    sorry la fretta grazie di esistere!

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