
D.: Davide il tuo romanzo Italian Cowboys fa riferimento a un apparato citazionistico genuinamente pop e pulp: lo Spaghetti Western, i B-movie, Tarantino, la crime novel. In che modo ti sei confrontato con questo immaginario culturale per poi traslarlo in Italia?
R: Come tutti quelli che tentano di scrivere letteratura di genere al giorno d’oggi l’immaginario è questo che hai citato, e anche più vasto. Quando mi sono messo a scrivere Italian Cowboys il punto era riuscire a crearmi una piccola nicchia di originalità nel panorama noir italiano già carico di ottimi romanzi. Ancora nessuno aveva pensato di ambientare un intero romanzo noir in Valle d’Aosta, una regione che in effetti fa più pensare ad Heidi e caprette varie che a gangster e a cadaveri incaprettati. Ma proprio per questo mi sembrava un’ambientazione interessante e originale per una parodia hardboiled piena di azione, omicidi e misteri. Mi piace però ricordare che molti spunti narrativi, per quanto strano possa sembrare, non sono presi dall’immaginario pop, ma appartengono proprio alla realtà italiana, anche se non sempre valdostana. Mi riferisco alla presenza di latitanti mafiosi in Valle d’Aosta oppure alle bande di motociclisti (in questo caso sono più diffuse in Trentino-Alto Adige, dove alcune volte gli scontri provocano addirittura morti). Insomma, più che di una traslazione dell’immaginario pop nel contesto italiano, per il mio romanzo parlerei di una fusione fra l’immaginario e spunti reali.
D.: L’ironia e il ritmo dei dialoghi di Ventura contraddistinugono la tua pagina rendendola riconoscibile e spassosissima. Raccontami qualcosa sulla nascita dei tuoi protagonisti Sergio Ventura, investigatore e Joe Cowboy, attore porno dal cuore d’oro.
R: Ho sempre avuto una predilezione per le storie hard boiled con gli investigatori privati: sono personaggi d’azione, che non accettano di farsi incasellare in un sistema e hanno sempre la battuta pronta. Nella letteratura noir, però, i detective privati sono ormai più numerosi degli spermatozoi in una banca del seme. Volevo quindi lavorare contro lo stereotipo. L’idea è stata prendere un detective che si crede un duro e fargli scoprire che il suo cliente, nonostante le apparenze, è in realtà più eroico di lui.
La figura dell’attore porno mi interessava perché se da un lato è un altro classico simbolo di virilità maschile (anche lui, come un detective, deve essere “duro” nel suo lavoro) , dall’altro la nostra società perbenista e ipocrita considera scandaloso e immorale quel mestiere. La stessa società, però, che guarda pornografia culturale come il Grande Fratello e manda pregiudicati in parlamento. Io invece volevo ribaltare per una volta la prospettiva e far diventare un porno attore il vero centro morale della storia.
D.: È in programma una riduzione cinematografica di Italian Cowboys. Cosa ti auspichi per la trasposizione visiva delle avventure di Sergio, Joe e Clara?
R: Andrea Vecchiato, il regista che ha opzionato i diritti e con cui sto scrivendo la sceneggiatura, ha una visione molto simile alla mia riguardo allo spirito della storia, quindi ci sono le premesse per fare qualcosa che ci soddisfi entrambi. Detto questo, dato che il film sarà ambientato negli Stati Uniti con personaggi americani, ovviamente ci saranno parecchi cambiamenti rispetto all’intreccio originale. Ma devo dire che questa rivoluzione non mi dispiace affatto. L’Italian Cowboy si confronterà con il vero West. Mi sembra una sfida stimolante.
Domanda di rito: hai in cantiere qualche nuovo progetto narrativo?
R: Sì, sto scrivendo una spy story; anche qui i protagonisti sono rigorosamente italiani. In questo caso non è una parodia, ma l’ironia non mancherà. Come nemmeno l’azione e l’avventura.

Salvatore Piombino








