
Il film Shutter Island di Martin Scorsese è sì ispirato al romanzo L’isola della paura di Dennis Lehane ma credo che il nostro si sia affidato più alla visione surreale e matematica di Maurits Cornelis Escher che alle pagine del romanzo per proporre la sua visione a incastro, in grado di tornare in maniera perpetua all’origine in una continua sequenza di creazione/distruzione dell’identità personale (ma che qui si amplia al punto di vista e infine alla visione cinematografica tutta).
Scorsese - non privo di una lieve nota di compiacimento - pare strizzare continuamente l’occhio allo spettatore per metterlo di fronte alla reali intenzioni della sua pellicola: frammenti onirici, inquadrature rivelatrici (come quella in cui il protagonista Teddy si ritrova in un dedalo di scale all’interno del manicomio) e una sceneggiatura genuinamente letteraria conducono a riflettere sulla poiesi della realtà elaborata da Teddy (Leonardo Di Caprio) e sulla percezione che di essa hanno gli altri personaggi.
Il film parte dall’arrivo degli agenti federali Teddy Daniels e Chuck Aule (Mark Ruffalo) ad Ashecliff - un manicomio criminale sull’isola di Shutter Island - dove i due sono chiamati ad indagare sulla scomparsa di Rachel Solando, una paziente accusata di aver ucciso i suoi tre figli annegandoli. La missione di Daniels e Aule ha anche un secondo scopo segreto: quello di verificare quali siano i metodi terapeutici adottati nell’ospedale dove si sospetta vengano attuate terapie sperimentali estreme a danno dei pazienti più gravi, usati come cavie umane. Il direttore dell’istituto, il dott. Cawley (Ben Kingsley) manifesta ben presto un interesse per le condizioni di salute dello stesso agente Daniels. Teddy infatti soffre di frequenti e dolorose emicranie e di una sorta di innata fobia per l’acqua. Inoltre l’uomo appare traumatizzato da dolorosi eventi del suo passato recente: gli orrori della guerra mondiale, la liberazione del campo di concentramento di Dachau, nel cui ricordo Daniels trova continue similitudini con il presente istituto Ashecliffe, e soprattutto la tragica perdita della moglie Dolores (Michelle Williams), rimasta vittima di un incendio doloso.
Solo nel finale Teddy sarà costretto a prendere coscienza della realtà (mi definisca realtà) giusto prima di riprendere (forse l’ultimo) viaggio sul lemniscata, il simbolo dell’infinito che in Shutter Island assume le connotazioni care a Spinoza e Borges: L’idea di infinitezza come attributo immanente della ragione, come possibilità indeterminata della ragione di autogenerarsi autonomamente a partire da leggi eterne sue proprie.
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Salvatore Piombino









Rear Window
21 Nov 2010 - 18:04 - #1Il film è uno dei 2 capolavori di quest’anno… l’altro è Inception. Curioso come entrambi indaghino il terreno incerto fra realtà ed immaginazione.
Complimenti per la bellissima analisi.