Perché nessuno si ricorda di Ken Russell?
Chi ha paura di lui?
Nella concitata storia del cinema anglosassone gli anni Sessanta sono stati caratterizzati dai portabandiera del free cinema: Lindsay Anderson, Tony Richardson e Karel Reisz, tutti figli putativi di John Osborne e degli altri “angry young man”. Già all’epoca, mentre questi rabbiosi eredi del documentarismo sociale di H. Jennings vagheggiavano di un recupero del quotidiano e di un cinema di forte stampo “verista”, Ken Russell se la spassava tra miliardari texani che voglion far scoppiare la Terza Guerra Mondiale (Il cervello da un miliardo di dollari- 1967) e nerboruti omaccioni che si strapazzano ignudi davanti a un caminetto (Donne in amore- 1969)…
Prove generali di delirio che lo porteranno, nella prima metà degli anni Settanta, a firmare alcune fra le pellicole più oltraggiose, eccitanti e visivamente sontuose della storia del cinema. Eppure, nella stagione dei ripescaggi obtorto collo, pare che il Nostro ancor boccheggi nel dimenticatoio: i suoi film più importanti (uno su tutti: I Diavoli) non sono reperibili in dvd e di biografie che non se ne parli. Ma lui, a quasi ottant’anni, sempre più simile ad una versione etilica dell’omino Michelin, se ne frega e par divertirsi un mondo facendo il verso al Lloyd Kaufmann della Troma con una telecamerina digitale ed un nugolo di punk londinesi (vedere per credere The fall of the louse of Usher- 2001). Eppure, senza di lui, Peter Greenaway al massimo darebbe lezioni private di numerologia o, pace all’anima sua, Derek Jarman avrebbe fatto la guida turistica alla Tate Gallery…Senza l’impagabile maestria di Ken Russel nello scandire i frutti malati del proprio straordinario estro visionario a ritmo di musica (e che sia una crepuscolare sinfonia di Mahler o una furibonda scampagnata per tastiere di Rick Wakeman, per lui è la stessa cosa) non sarebbero nati i video-clip. Non c’è storia: Tommy (1975) è una tale concentrato di meraviglie, perfettamente assecondate dalle note degli Who, che al confronto Quadrophenia (1979) di Frank Roddam sembra un film di De Oliveira; Tina Turner, “The Acid Queen” che si tramuta in una cibernetica Vergine di Norimberga; Eric Clapton ed un farneticante Arthur Brown (vero guru della psichedelica londinese), come sacerdoti di una setta dedita al culto di Marilyn Monroe: folgorazioni, guizzi sulfurei su cui han vissuto di rendita miriadi di registi della “MTV-Generation”…Ma il Nobel dell’iconoclastia va al trittico dedicato ai maestri del Romanticismo in musica: L’altra faccia dell’amore (1971), sul calvario erotico-artistico di Piotr Ilic Čajkovskij, La perdizione (1974), incentrato sugli ultimi gironi di vita di Gustav Mahler e soprattutto Lisztomania (1975), in cui il grande compositore ungherese viene dipinto come una rockstar isterica completamente dedita a Dioniso. Russell è l’unico regista al mondo che abbia davvero “il coraggio del Kitsch”: lo brama, sembra cercarlo e, trovatolo, vi si immerge fregandosene delle conseguenze, anzi con assoluta ludicità (nulla nei suoi film è lasciato al caso, all’improvvisazione: basta vedere l’uso che egli fa della profondità di campo). Solo così la vedova di Wagner visualizzata come una valchiria ricoperta di svastiche (La perdizione), o Ringo Starr che fa il Papa (Lisztomania) diventano irresistibili lampi di genio che in mano ad altri registi si sgretolerebbero in pochi secondi…E ci vogliam dimenticare de I diavoli? Di quell’allucinato horror meta-storico che sembra scritto da Artaud e coreografato dal Goya de la Quinta del Sordo?
Eppure, mannaggia, nessuno si ricorda più di lui.
Il trailer originale di Tommy (1974):

Salvatore Piombino








