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Dolls di Takeshi Kitano (2002)

Dolls: la pellicola più elegante e sperimentale della filmografia di Beat Takeshi. « Tre drammatiche e crudeli storie d'amore legate per sempre con una corda rossa».

Dolls di Takeshi Kitano (2002)
Dolls di Takeshi Kitano (Merry Christmas Mr. Lawrence) è uno di qui film nel quale con straordinaria naturalezza si rimane affascinati. Queste parole più che trattare della pellicola, cercheranno, nella loro esiguità, di sfiorare alcune delle sue meraviglie narrative.

Dolls è un film che tocca e nel quale ci si sfiora di rado. Gli amanti non si toccano quasi mai, non è mai necessario, se non quando diviene il punto di re-incontro nei momenti di disperazione, un punto di appiglio per continuare con ostinazione ad andare avanti. Ma non è distacco, se non apparente.

La riuscita di Kitano è quella di trattare un tema esistenziale come l’amore nella maniera più pura, senza cadere nella melensa esibizione o la banalità della fisicità. Un amore spirituale che lega le carni, uomini e donne sempre legati, l’un l’altra, da una fune di affinità che oltrepassa addirittura la possibilità di scegliere, o meglio, di decidere il proprio futuro. Così quel senso di colpa con cui si aprono le prime scene è soltanto, alla fine, l’indizio dell’indissolubilità da cui non ci si può, e non si vuole, separarsi. L’abbraccio suggella e fissa ritmicamente, la forza inestinguibile di quella fiamma che muove la terra da sempre. Kitano, nella sua narrazione, con un gioco di colori e fotografia che convergono verso un cromatismo unico e sempre più sanguigno, gira, con le sue tre storie, attorno a un fil rouge della strana forza che unisce due individui: gli amanti legati che si ritrovano suggellando la loro unione per non perdersi più (neppure dinanzi all’horror vacui su cui sono sospesi, quasi un ironia tantalica tra la disperazione della vita e la reciproca perdita nella morte) unendosi con una fune; i due amanti separati da anni lontani lontani che si attendono, fino a ritrovarsi, senza il reciproco riconoscimento; la devozione assoluta di un fan che anela al suo idolo per raggiungerlo solo quando non potrà che ascoltarlo soltanto, un attimo soltanto, prima di perdersi.

È un gioco atroce, ma reale, dell’amore, una tragedia che riesce a emergere dalla pellicola, a mostrare cosa sia la forza del legame, e quanta disperazione ci sia in quel sentimento così elogiato e banalizzato. Alla fine Kitano ce lo mostra, con poche parole, quelle che bastano, sempre che servano, come ogni sua pellicola ha sempre saputo fare. Una melodia si muove in sottofondo, completa quegli attimi di silenzio, quando si rimane senza parole, quando le parole non possono servire a niente, quando le note sfiorano e contengono la disperazione dentro un velo di assoluta dignità. Ci sono lacrime che cadono, lievi come quelle carezze che soltanto gli occhi si danno, meravigliosa la scena dell’annuncio di matrimonio, in cui i due timidi amanti nella confusione delle congratulazioni, si sfiorano con gli sguardi, con un sorriso accennato che si compenetra solo in loro due.

Si vive e si procede in avanti, magari con le mani di qualcuno che completino la solitudine delle proprie, il modo per oltrepassare e sopravvivere in questo mondo? La risposta di Kitano è tutt’altra: si procede, si vive e ci si dispera cercando l’altro e legandosi all’altro. Forse è questo il vero atto d’amore: il ritrovarsi nell’altro. Oppure amare è solo l’ennesima dolorosa prova dell’esiste e patire. Questa corda che ci lega all’altro per non farci perdere, è capace anche di salvare, di farci ritrovare, seppur soltanto nella momentaneità di un attimo, quella scintilla di pace prima di continuare a cadere, o restare sospesi per sempre, vagabondi legati alla fragile presenza dell’altro, l’elemento più incerto di tutti.

Gianluca Stirpe.

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