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Registi Avant-Pop: Francois Ozon

Francois Ozon è un vampiro. Un dandy cinefago, un po’ blasè, di molto gay, che si ciba d’ombre di celluloide. Le divora, con lo stesso entusiasmo famelico con cui Udo Kier si avventava sul collo[...]

Francois Ozon

Francois Ozon è un vampiro.

Un dandy cinefago, un po’ blasè, di molto gay, che si ciba d’ombre di celluloide. Le divora, con lo stesso entusiasmo famelico con cui Udo Kier si avventava sul collo della Casini nel Dracula di Morrissey, e le risputa sotto forma di film ectoplasmatici, ombre rigenerate, ma pur sempre fantasmatiche, evanescenti.

Non vi è sua pellicola (a parte il suo capolavoro, Sotto la sabbia- 2000) che non sia un caleidoscopio di echi, di rimandi, dove Alto e Basso si fondono, la “politique des auteurs” va a braccetto col kitsch. E questo a partire dal suo orrendo film d’esordio, quel Sitcom (1998), che, fra ratti birichini, incesti assortiti e falli posticci, voleva essere una pochade bunueliana e si rivela, au contraire, una tediosissima scemenza che guarda a John Waters e al primo Almodovar per fermarsi invece al livello di Genitori in blue-jeans…Non che il discorso cambi di molto neppure nella sua seconda fatica cinematografica; mutano soltanto le “magnifiche ossessioni”, i fantasmi evocati: Les Amants criminels (1999) è una cupa fiaba post-moderna in cui Alice (nomen omen) e Luc, gracili rebels without a cause, attraversando lo specchio, invece di trovarsi al cospetto della Regina di Cuori, finiscono nella tana dell’orco Miki Manojlovic che, deluso dalla chirurgica venustà di Alba Parietti (Il macellaio- 1998), si getta come un muflone sul derrier del povero Luc…Deve essere stato molto eccitante per il regista ricreare l’aggressività ctonia del sottobosco di Biancaneve e i sette nani (1936), con qualche spruzzata de La morte corre sul fiume (1955), per questa versione da “porno-fumetto” di Hansel e Gretel: un po’ meno per noi poveri spettatori, sfiancati da tal sfoggio di pugnetti nello stomaco…A questo punto sarebbe stato giusto relegare il buon Ozon nell’Enfer dei registi inutili: a salvarlo dall’oblio è l’opera successiva: Gocce d’acqua su pietre roventi (2000), lucido, implacabile, kammerspiel in cui il regista, prendendo in prestito una piéce scritta da un Fassbinder diciannovenne, si interroga sul “potere” messo a disposizione dalla capacità di scatenare i sensi…Le vuote provocazioni delle opere precedenti si stemperano in una sferzante ironia che- finalmente!- sa giocare col camp (si pensi all’impagabile balletto sulle note di Tanze Samba mit mir di Tony Holiday) e la regia si fa più accorta, crudelmente sorniona. Sorpresa: è nato un nuovo regista da seguire, come conferma, appunto, Sotto la sabbia (2000), lancinante, struggente, stream of consciousness, tutto “addosso” ad una Charlotte Rampling da pelle d’oca.

Dopo questa pausa sublime, nel 2002 riaffiora la mal sopita misoginia del regista, servita in salsa cinéphile…Otto donne e un mistero è il Birth of a Nation del cinema “queer”: ci pensate? Inscenare un nuovo gioco al massacro da camera (ardente), con i pastelli di Douglas Sirk, i tailleurs di Christian Dior, in cui concedersi il lusso estremo di far rotolar per terra la Deneuve e la Fanny Ardant, sorprese da cocente passione? E lasciare che chiuda il sipario la novantenne Danielle Darrieux (musa di Max Ophuls) gorgheggiando l’immortale Il n’y a pas d’amours heureux, scritta dal poeta surrealista Louis Aragon e fatta entrare nella leggenda da Brassens?… Roba da far venir un infarto a Paolo Limiti, ma, il sentore di raffinatissimo divertissment è decisamente forte…

Lo stesso dicasi per il successivo Swimming Pool (2003): anche se qui, a differenza di Otto donne e un mistero in cui- se accettavi le regole del gioco- ti divertivi e non poco, corri il rischio di incazzarti…Che cos’è Swimming Pool? Un remake ginecologico de La piscina (1968) di Jacques Deray? Un omaggio alle torbide passioni al sangue della coppia Carroll Baker/Umberto Lenzi? No, è un fuoco fatuo, da cui tutti noi saremmo scappati dopo mezz’ora, se non vi fossero state la Rampling, col suo aristocratico magnetismo, e la Sagnier con le sue tette spaziali.

ANDREA BRUNI.

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