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Barton Fink dei fratelli Coen (1991)

Barton Fink dei fratelli Coen mette in scena il processo creativo e la cultura dell'intrattenimento. Al suo interno decine e decine di riferimenti ne fanno un prezioso oggetto avant-pop.

Barton Fink
Barton Fink è come Atena la dea nata da un mal di testa di Zeus. La pellicola del 1991 è la materializzazione - prima sulla pagina e poi per immagini - di un momento di empasse creativo vissuto dai fratelli Coen ai tempi della scrittura di Miller’s Crossing. Empasse che diviene oggetto di studio per Joel e Ethan magistralmente in grado di scrivere Barton Fink in sole tre settimane. Abituati a ragionare sul genere e a rielaborare immaginari i nostri costruiscono qui uno dei personaggi più interessanti e iconici della cinematografia contemporanea, quel Barton Fink interpretato dall’eccellente John Turturro (che collaborò alla stesura del personaggio rendendolo più umano) incarnazione dell’intellettuale puro e utopico, integro e fragile (perché poco duttile) calato da Broadway nella Oscura Babilonia di Hollywood, con i suoi giganteschi ingranaggi seriali e i suoi rivoli di sangue e lacrime ai lati delle strade.

Molto si è ragionato sui quanti e quali siano stati i materiali culturali utilizzati dai Coen per la pellicola: l’horror, il thriller à la Hitchcock, i classici delle letteratura anglosassone, la Bibbia, la rappresentazione dell’industria cinematografica, il fascismo, l’omosessualità, la schiavitù, l’ingresso degli Stati Uniti nel Secondo Conflitto Mondiale. Occorre sottolineare però che quella dei Coen non è mai una mera citazione da ricercare quanto piuttosto una complessa elaborazione cinematografica dettagliata e sorprendentementee fluida (caratteristica quest’ultima di cui in parte mancava il precedente Miller’s Crossing). Una visione in grado di calare lo spettatore al fianco del protagonista nel suo viaggio da New York City a Hollywood, nel passaggio dall’elitarismo snob delle produzioni teatrali alla mercificazione più bassa operata dalla grande major, pronta a sedurre con lascivia Barton per renderlo schiavo consenziente, una condizione che ritroveremo poi in Mister Hula-hoop.

Barton tenta di evitare il giogo scegliendo di prendere alloggio all’Hotel Earle un meraviglioso riferimento all’Overlook Hotel di Shining, capolavoro straniante firmato da Stanley Kubrick. La tappezzeria “organica” sui colori del verde, dell’ocra, del magenta, l’assenza/presenza di coinquilini di cui registriamo l’esistenza insieme a Barton dalla fila ordinata di scarpe da lucidare fuori dalla porta e dagli orribili suoni “viscerali” provenienti dalle camere, il solipsistico ritratto della donna sulla spiaggia come unico vezzo dell’angusta camera del protagonista. L’Earle è lo scellerato ventre materno che accoglie Barton Fink per restituirlo a sé stesso degradato, insicuro, sconfitto. Sarà proprio qui che il nostro incontrerà Charlie Meadows (interpretato da quella pasta di pane di John Goodman) il simpatico e rumoroso vicino di camera che traghetterà il nostro nell’incubo più infernale. Il personaggio di Charlie è straordinario perché rivela sé stesso continuamente: non solo incarna – come molti hanno scritto – l’ascesa del regime nazista ma fa da immagine speculare, da doppelgänger scellerato a Barton affermando nel finale surreale e quanto mai avant-pop (l’albergo trasformato in inferno dantesco in cui passare il resto della propria condanna) che i suoi ripetuti assassinii hanno lo stesso valore programmatico delle opere di Barton: alleviare le sofferenze altrui.

Non ci resta che lasciare Barton sulla spiaggia con la scatola mai aperta donatagli da Charlie (vaso di Pandora? Velo di Maya? Placebo amicale o orribile reperto?) all’interno della sua consolante visione finale quanto mai rarefatta e deliziosamente pop (nell’accezione più materica dell’etichetta), un perfetto compendio finale al messaggio olistico e retro-surreale voluto dai Coen per la loro pellicola.

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