Vieni via con me: la quarta e ultima puntata

Abbiamo chiesto a Matteo Pascoletti di valigiablu.it di raccontare per l'ultima volta l'episodio andato in onda del programma di Fabio Fazio e Roberto Saviano "Vieni via con me".

vieni via con me saviano
Dentro o fuori la televisione?/ meglio artefatto e volgare/ o meglio coglione?/ il risultato è il tuo cosmetico/ efficacia ne ha tanta/ se la mia pelle è nel 2000/ e la tua è ancora anni ‘80.

Così cantavano gli Afterhours in Non si esce vivi dagli anni ’80, e guardando l’ultima puntata di Vieni via con me mi sono tornati in mente proprio questi versi.

Sul format fatto di “ospiti elenchi musica vado via perché resto perché its uonderful its uonderful gud lac mai bebi” piomba l’evento: la morte di Mario Monicelli, che si è suicidato a 95 anni. Una persona combattiva e lucida, che nelle ultime interviste non ha perso occasione per esortare i giovani a ribellarsi, a farsi sentire con forza di fronte all’incedere nell’orrore farsesco di questa Italia, sempre più italietta. Un maestro nel vero senso della parola, una di quelle persone che, nell’apprendere della loro scomparsa, ti fanno immediatamente sentire più solo e triste, anche per un istante, anche se razionalmente sembra stupido, trattandosi di una persona che non hai mai conosciuto.

Mentre seguivo la trasmissione, mi sono trovato, su twitter, a leggere un commento di un utente “speriamo che leggano un elenco dei suoi film”, e sono sbiancato. Ma come? La morte sublimata dai format tv, in tempo reale? Ma no, ma no, stiamo scherzando, che pazzi girano in rete? La morte non può entrare in scena così, non vale il principio The show must go on (just another list in the wall): lo spettacolo si deve fermare, deve esserci una rottura, si deve aprire lo spiraglio su ciò che non è in scena e mostrarlo per quanto possibile nella sua autenticità. E Infatti Fazio e Saviano si sono fermati per un minuto: hanno aperto la gabbia del format, e hanno dato la notizia che stava circolando già nella rete, mostrando una commozione autentica, onesta.

Ma cosa succede alla fine?
Succede che… arriva la lista, la lista dei titoli di Mario Monicelli. Ma voi capite, Monicelli ha diretto film per settant’anni, mica si possono leggere tutti! E allora Fazio, questo mostro mitologico con il corpo da ghoul e la testa da Veltroni cosa fa? Legge una decina di titoli. Così, per fare il compitino da sei stiracchiato e far contenta la maestra. La morale è semplice nel suo cinico pragmatismo: il Mario, quel bischero, l’è morto durante la diretta, oh miha se poteva legge tutti i titoli! Se n’han presi una decina da wikipedia, voi da hasa ‘un rompete li hojoni! Se fosse buttato giovedì, se poteva hiamà la su’ figliola. Agghiacciante; l’inimmaginabile apoteosi di quanto detto a commento della prima e della terza puntata sulla sindrome da circo Barnum-Endemol che infesta il programma.

Questa fagocitazione della realtà compiuta dal format toglie spazio a giudizi nel merito della trasmissione, che pure andrebbero fatti. Mi concentrerò dunque sulla retorica di Saviano, perché ieri sera Saviano ha mostrato quello che è un suo limite forse endemico, valutando nel complesso le quattro puntate e la sua attività di scrittore. Sintetizzando, la poetica di Saviano è riassumibile nella volontà di mostrare come certi problemi, visti superficialmente è strumentalmente come qualcosa che riguardano poche persone, o che riguardano gli altri, altri che in generi sono inferiori, sono fastidiosi, non meritano attenzione, sono invece un problema di tutti; il senso del titolo metafora «Gomorra» sta proprio in questo paradosso, nella necessità di voltarsi e guardare il problema, pure se ciò significa restare di sale. Ma nella retorica che Saviano usa per veicolare il messaggio, talvolta compie delle semplificazioni che sono veri e propri errori; e se errare è umano, non rettificare, non ritornare sui propri passi e dunque non voltarsi a sua volta indietro è diabolico.

Lo scrivo perché Saviano parlando della casa dello studente de L’Aquila, punto di vista adottato per mostrare il livello umano del dramma vissuto dalle persone di quella città, ha compiuto un madornale errore quando ha parlato di scala Richter. “5.8” ha detto, ma è un dato contestato, poiché ci sono rilevazioni che attestano un valore di “6.3”. La differenza non è da poco poiché con una magnitudo maggiore le popolazioni colpite dal terremoto avrebbero diritto ad indennizzi maggiori. Il dato, dunque, ha una rilevanza fondamentale per gli abruzzesi, soprattutto tenendo conto di come è stata vergognosamente gestita la ricostruzione da parte del Governo e della Protezione Civile. La sua retorica ha mostrato dunque quello che era funzionale al racconto che aveva in mente, ma non a quella realtà che dovrebbe essere punto di partenza e costellazione di riferimento per un intellettuale impegnato in un discorso civile. Saviano avrebbe potuto avrebbe potuto omettere il dato, ma ha scelto di farlo, suggerendo così di conoscere in modo preciso la realtà da cui, necessariamente, ha modellato il racconto. Ma nel momento in cui ha scelto di farlo ha falsificato la realtà, producendone un’altra più potente e credibile dei fatti, di per sé privi di narrazione. La sua retorica è stata usata sia per veicolare un messaggio chiaro e visibile a tutti, riassumibile in “il terremoto è stato un disastro provocato anche dal mancato rispetto delle regole da parte dell’uomo”, sia per veicolare un secondo messaggio, più oscuro, che deriva dal primo e in qualche modo lo rafforza negando una verità, ossia “il terremoto, più che un disastro naturale, è stato SOPRATTUTTO un disastro provocato dal mancato rispetto delle regole da parte dell’uomo”; naturalmente i danni dovuti al mancato rispetto delle regole ci sono stati, ma forse andava messo l’accento sulla gestione della Protezione Civile, più che sulla faciloneria del portiere della casa dello studente. Così il confine tra semplificazione e menzogna è stato superato in nome del mythos. Mi soffermo su questo aspetto, a costo di sembrare puntiglioso, poiché Saviano, nella prima puntata, ha citato l’articolo di Sciascia sui professionisti dell’antimafia (titolo che in realtà non aveva scelto Sciascia, è bene ricordarlo). E in quell’articolo la tesi centrale era l’individuazione di un rischio ove si usasse l’«antimafia come strumento di potere», «che può benissimo accadere anche in un sistema democratico, retorica aiutando e spirito critico mancando». Ho citato la frase poiché credo vada messo l’accento sul rischio insito nell’eccesso di retorica che ripiega su se stessa e diventa autoreferenziale, attuando un decisivo squilibrio tra piano retorico e piano critico: rischio che costituisce il limite principale che riscontro in Saviano. Limite non da poco, perché ruota intorno alla differenza tra un demagogo e un intellettuale che, attraverso il racconto, partecipa alla doxa insieme a chi ascolta; quando Saviano mistifica, passa dalla seconda condizione alla prima. Riprendendo la definizione di poetica sopra riassunta, centrata sulla metafora della città biblica, il rischio è che Saviano usi un argomento al solo scopo di tenere fissi gli occhi su di sé, o che sopravvaluti la propria capacità di narrazione usando il punto A (Gomorra) come strumento per far voltare chi ascolta verso l’insospettabile punto B (una realtà B adulterata dalla narrazione del punto A).

Matteo Pascoletti.

Di seguito Elio e le Storie Tese riediano il loro classico avant-pop La terra dei cachi per Vieni via con me:

Commenti dei lettori

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  • franco alfieri

    30 Nov 2010 - 19:25 - #1
    0 punti
    Up Down

    Questo articolo non ha senso. O meglio il senso è proprio quello di attirare l’attenzione del lettore sull’estensore dell’articolo piuttosto che su ciò di cui l’articolo dovrebbe trattare. La colpa di Pascoletti insomma è quella di cui Pascoletti accusa Saviano. Saviano sarebbe un demagogo perché dice 5.8 invece di 6.3? E se semplicemente si fosse sbagliato? E quando avrebbe dovuto rettificare? Ma soprattutto, anche ammesso l’errore, anche ammesse le conseguenze (più soldi per gli aquilani, responsabilità della protezione civile etc), ai 9 milioni di persone che hanno sentito parlare di queste cose di cui in quella fascia oraria non si parla mai è stato certamente offerto finalmente un degno servizio dalla tv di stato (tv di stato che ha reso questo grande servizio perché non aveva intuito la risonanza che la trasmissione avrebbe avuto, altrimenti si sarebbe guardata bene dal farlo…), chi ha assistito alla denuncia ad opera di saviano di alcuni scandali che vengono sistematicamente taciuti ha ora l’opportunità di ragionare su queste cose, se vuole, e cercarsi altri dati, più dettagliati, di approfondire, di “rettificare”. Chi invece di fronte a questo innegabile evidente servizio che Saviano ha reso al Paese (come ogni cosa i suoi interventi certamente sono perfettibili, ma sono stati sani e luminosi nel panorama televisivo nel quale siamo immersi), chi di fronte a questo servizio si attacca all’errorucolo, alla mancata rettifica, è colui che guarda il dito quando si indica la luna. E se come penso il Paese per uscire dall’ipnosi cui è sottoposto deve passare attraverso gli occhi e le osservazioni di tanti Pascoletti, be’, ragazzi, siamo in un paese spacciato. Bisogna cercare il buono che c’è nelle cose, se si vuole uscire dal tunnel bisogna guardare la luce, se si vuole vedere la luna bisogna smetterla di fissare l’unghia e volgere lo sguardo alla sfera di luce, Pascoletti.

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