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A morte Hollywood di John Waters (2000)

Tutto ciò che è al di fuori del mainstream è terrorismo? La risposta nel cult movie del maestro John Waters "A morte Hollywood" con Stephen Dorff e Melanie Griffith.

A morte Hollywood di John Waters (2000)
Cecil B. Demented (da noi noto con il titolo di A morte Hollywood) è una straordinaria metafora – materializzata con piglio avanguardista su celluloide da John Waters – che rappresenta la lotta del cinema indipendente nei confronti del livellato, innocuo (e perciò pericoloso) cinema hollywoodiano delle major da sempre somministrato al pubblico con il nauseabondo e orripilante slogan di «film per tutti». La rivolta del cinema underground è totalizzante e assoluta, esso è libero, vitale, orgasmico e vorace, tutte qualità che lo rendono adatto ad agire (leggi riprendere) – complice l’estetica del “primo ciak” - nel mondo reale, dove le vittime sono comparse e la lotta fra le tribù dei cinefili è all’ultimo sangue.

La vicenda si svolge, ça va sans dire, a Baltimora che abbiamo imparato a (ri)conoscere come il centro caleidoscopico di tutto l’universo cinefilo di John Waters, ormai lontano dagli steccati bianchi della scellerata zona suburbana di Polyester e La signora ammazzatutti per una operazione cinefilo-terroristica in fieri.

Le “Emulsioni Scadute” – riproposizione sul grande schermo della reale e strabordante factory di John Waters: i Dreamlanders – capeggiate dal folle e visionario Cecil B. Demented (Stephen Dorff) rapiscono la star del cinema mainstream Honey Whitlock (Melanie Griffith) per costringerla a girare il proprio film. La troupe è costituita da undici feticci, undici personaggi-metafore che incarnano la visione di altrettanti registi indipendenti i cui nomi le Emulsioni Scadute portano tatuati addosso: Otto Preminger (lo stesso Cecil), Andy Warhol, Herschell Gordon Lewis (un allucinatissimo Adrian Grenier), David Lynch, Kenneth Anger (tatuato sul petto della satanica e dolce Raven interpretata da Maggie Gyllenhaal), Pedro Almodóvar, Rainer Werner Fassbinder, William Castle, Spike Lee, Sam Peckinpah, Samuel Fuller. La metafora è chiara già dalle prime scene ambientate durante i preparativi per il rapimento di Honey Whitlock in un cinema (azione violenta e spassosissima che ritroveremo in Bastardi senza gloria di Quentin Tarantino).

Nel delirio saturo e camp (sul volto di Honey sembra essersi sciolto il trucco espressionista della compianta Divine) della poiesi del proprio film Cecil B. Demented e le sue Emulsioni Scadute si scontreranno contro il terribile bacino degli spettatori mainstream che a suon di slogan metteranno in seria difficoltà la nostra ciurma salva grazie all’aiuto del “pubblico di nicchia” riemerso dai cinema porno e dai piccoli cinema che proiettano b-movie per supportare i propri paladini. Facile poi provare disgusto insieme a Demented (… forever!) per l’atteggiamento di sceneggiatori, produttori e attori hollywodiani sempre pronti a rinnegare le pellicole a cui stanno lavorando (come un parossistico Forrest Gump 2) di fronte a un’arma giustificando la loro presenza sui set delle major soltanto per il denaro.

Recuperiamo orsù questa perla del cinema di Waters, diventata negli anni un cult da vedere e rivedere, una versione militante del The Rocky Horror Picture Show pronta a ispirare le azioni di tutti noi.

A chi desidera approfondire la conoscenza del cinema di John Waters consigliamo il dossier della rivista Nocturno Magazine: A morte Hollywood: il cinema di Russ Meyer, Paul Bartel, John Waters a cura di Andrea Bruni e Marco Cacioppo.

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