
Lunedì notte il maestro Mario Monicelli ci ha lasciato. All’età di novantacinque anni i è ucciso gettandosi dal balcone dell’Ospedale San Giovanni di Roma dov’era ricoverato da qualche giorno. Abbiamo chiesto a Laura De Matteis di raccontare della sua morte:
Una sera di fine novembre con la neve sospesa, raggrumata in nuvole dense, che aspetta di precipitare e far tacere il mondo per un po’, almeno quel poco di mondo che riesce a coprire col suo sudario.
Una donna nella sua stanza, in un paese qualsiasi nel gelo del nord-ovest. Una donna piuttosto giovane, nella sua stanza, legge.
Un uomo molto vecchio, in una stanza sterile di una grande città dove non nevica e dove non c’è silenzio. Un uomo molto vecchio, in una stanza sterile che non è sua, pensa.
La sera è identica. La donna non pensa e l’uomo sì.
Nella grande città, da qualche parte intorno al letto che dovrebbe contenere e occultare finché è possibile vecchiaia e malattia, ci sono boccette invisibili che dovrebbero servire a fingere di non soffrire raccontando al cervello storie di papaveri e danzatori col turbante. Almeno, questo è ciò che pensiamo noi. Mia nonna, al suo primo incontro con quella specie di derviscio strafatto che era la morfina, si è sentita tanto offesa per le danze incongruenti che non le lasciavano scegliere quali pensieri pensare per ultimi, che si è girata dall’altra parte ed è morta pensando a ciò che voleva lei. L’uomo è in pigiama e senza occhiali, ma le boccette danzanti le vede con la mente e gli sfugge un sibilo di rabbia che diventa un colpo secco di tosse a pugni chiusi. Il medico se n’è andato da poco, cerimonioso, con la sua testa unta di accademico che tentava un rigido inchino cervicale, Buonanotte, Maestro. Vaffanculo, dottore, che mi sorridi come se fossi ancora un bambino, come se fossi un vecchio. Invece io sono io, e tu non devi prendermi per il culo, dottore.
La donna legge e vede sprofondare Ahab nell’abisso, crocifisso alla balena bianca. Devo vederla con i miei occhi, la fine. Non voglio addormentarmi in una bara con dio sopra di me che se la ride perché è riuscito a nascondermi, oltre alla nascita, la morte. Ahab sprofonda gridando maledizioni, sputando fuori l’anima insieme all’acqua salata che lo soffoca, la donna sente un brivido che le attraversa le spalle, chiude il libro e comincia lentamente a lasciarsi pensare dai pensieri. Ha il cuore inchiodato da qualche parte dietro le ossa del petto che sputa anche lui acqua salata cercando di non soffocare nella palude grigia che lo inghiotte. Edema malinconico. Le candele fuori sono tutte spente.
L’uomo guarda la città dalla finestra aperta, il freddo scricchiola nelle ossa sottili e dio, nascosto dietro un’utilitaria verde nel parcheggio cinque piani sotto, gli consiglia vivamente di rientrare e mettersi a letto come ogni buon vecchino, a scaldarsi i piedi prima di calzare le scarpe buone per rispondere all’appello del signore. Scelgo io come, perché io sono il signore. Scelgo vecchiaia e cancro, perché mi va così. No. Scelgo Io come, perché Io sono Io, e tu non sei un cazzo. Muori con me, come la Balena.
L’uomo non fa rumore, sembra quasi accogliere l’asfalto. Il sudario della neve non lo copre: è il suo silenzio a far tacere la città.
Nella sua stanza, la donna sente un calore intenso asciugare la palude dove il cuore cominciava a rassegnarsi di dover morire. Ma le candele, fuori, sono tutte accese. Prometeo ha rubato il Fuoco degli dèi.
Laura De Matteis.
(Crusinallo, 30 novembre 2010).

Salvatore Piombino








