Andrea Bruni in una recente intervista ha definitivo l’estetica avantpop in relazione alla raccolta di racconti Mio cugino, il mio gastroenterologo di Mark Leyner: L’Avant Pop è il punto di non ritorno del postmoderno: è un “genere” che nasce dal mix di tutti i generi, con schegge impazzite di immaginario, e che non segue le regole della linearità narrativa, ma la struttura a finestre e cartelle di Windows. “Mio cugino il mio gastroenterologo” di Mark Leyner ci indica la strada. A ritrovare le pagine del volume in questione (pubblicato in Italia da Frassinelli ma oggi dolorosamente fuori catalogo) non si può che concordare con l’autore di Sugli Sugli Bane Bane. Il volume si presenta come una raccolta di short stories che vanno a costituire un collage narrativo polimaterico dominato da un io narrante che giganteggia attraverso l’utilizzo della prima persona costituendo di fatto l’unico appiglio riconoscibile per il lettore (così come i monologhi di Ann Magnuson per i brani dei Bongwater). La pagina di Leyner è un delirio lisergico, violento e liberatorio. Un naufragio sulla spiaggia in cui è stato seppellito il canone della Narrativa Occidentale.
Gli stilemi e i riferimenti utilizzati da Mark Leyner poi amplificano la sensazione da «sfrenato party dell’apocalisse», in Mio cugino, il mio gastroenterologo recuperiamo materiali derivati dalla science fiction, dal sensazionalismo giornalistico, dalla televisione, dal cinema popolare (in particolare i kung-fu movies), dalla pubblicità. Per l’importante valore all’interno dell’Opera di Leyner merita particolare menzione il cyberpunk celebrato nella sua accezione più satura nel racconto finale Righe composte dopo aver sniffato un po’ di diluente per vernici che insieme al primo Ero un puntino infinitamente caldo e denso rappresenta la vera chiave di volta per la comprensione di tutti i diciassette racconti che compongono la raccolta. L’abominevole inserto biologico sulla macchina-robot (che ha ormai sostituito totalmente l’umano troppo umano) e le sue naturali derivazioni in termini di secrezioni fisiologiche, la violenza che porta alla scoperta della natura meccanica sotto il simulacro umano, l’estetica pop delle riviste erotiche come «Playboy» e «Spartacus» nella rappresentazione degli automi-eroi sono tutte declinazioni della caleidoscopica interpretazione del cyberpunk da parte di Mark Leyner.
Leyner diluisce nella sua soluzione da ultracentrifuga anche l’esperienza personale della grazia ottenuta dal padre, sfuggito all’iniezione letale che lo stato del New Jersey doveva somministrargli. Chi crede che l’unica produzione di Leyner in cui è possibile recuperare materiale autobiografico sia The Tetherballs of Bougainville sbaglia, basti l’ultima immagine del racconto Fuga da una centrifuga in cui un io narrante serafico sfoglia riviste patinate sulla sedia elettrica in attesa di ricevere la scossa mortale. Un’immagine a metà fra l’estetica suburbana à la John Waters e il terrorismo estetico di Glamorama.
Quella di Mark Leyner oltre che letteraria è un’operazione artistica condotta sulla strada che dal Surrealismo va verso il Dadaismo e l’arte performativa per arrivare (e superare) i territori dell’estremo di Fluxus e Situazionismo. Un’esperienza unica per il lettore costretto da Leyner a destreggiarsi fra le macerie di quella cultura mainstream che ha sempre considerato maneggevole e rassicurante.

Salvatore Piombino








