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Il Teatro Giapponese Kabuki

Come in una eterna magia - dal Giappone antico a quello contemporaneo - danza, mimo e recitazione si fondono in un'antica forma di teatro che ci conquista con le emozioni e la gestualità più che con le parole.

IL TEATRO GIAPPONESE

IL KABUKI :

Il Kabuki è una rappresentazione teatrale tradizionale che unisce danza, mimo e recitazione, nata a Edo (l’antica Tokyo) nel XVII secolo e tramandata fino ai giorni nostri con caratteristiche quasi immutate. Il termine Kabuki, originariamente sinonimo di “comportamento provocatorio”, al giorno d’oggi viene ricondotto più semplicemente all’insieme dei tre elementi che lo compongono: ka (”canto”), bu (”ballo”) e ki (”conoscenza tecnica”).

Ma una radice, per così dire, “trasgressiva” si ritrova anche nella sua storia: inizialmente era una forma di spettacolo imperniata sull’espressione corporea (non priva di allusioni sessuali) eseguita da sole donne e per questo tacciata di immoralità e proibita, nonostante l’immediato successo di pubblico.

Una volta bandite le compagnie femminili, ne divennero protagonisti ragazzi dagli 11 ai 15 anni, ben presto sostituiti, sempre per problemi di morale pubblica, da attori maschi di età adulta. Proprio in conseguenza al divieto alle donne di recitare, si originò la figura dell’onnagata, ovvero dell’attore specializzato in ruoli femminili, come già accadeva nella tragedia greca e nella nostra commedia dell’arte. Questo tipo di recitazione en travesti, però, non serve semplicemente a imitare gli aspetti superficiali di una donna, ma a riprodurre l’immagine ideale e l’essenza stessa della femminilità. Oltre alla mimica e alla danza, anche il trucco, i suntuosi kimono e la postura contribuiscono a rendere la grazia, l’eleganza e il portamento femminile. Pari importanza è attribuita alle figure maschili perché il Kabuki è, innanzitutto, un “teatro degli attori”, imperniato su vere e proprie star specializzate in personaggi diversi, prima ancora che sulle trame delle rappresentazioni. Le storie portate in scena sono sostanzialmente di due tipi: quelle di ambientazione storica, con riferimenti all’epoca dei samurai, e quelle a sfondo familiare e quotidiano. Spesso si ispirano a “canovacci” già usati nel teatro Noh o nel Bunraku (teatro delle marionette).

Altre caratteristiche del Kabuki sono l’impostazione e la modulazione della voce (tratto che serve a differenziare ancor più i vari personaggi), lo studio della gestualità, la spettacolarità nell’esecuzione. Gli attori apprendono fin da bambini dai loro maestri sofisticati modelli di movimento che dovranno poi riprodurre in scena, perché ogni gesto ha una specifica funzione narrativa e simbolica. Ad esempio, solo spostando un ventaglio in aria l’attore riesce a raffigurare elementi del paesaggio come una montagna o le onde del mare. Oppure ricorrendo persino all’assenza totale di moto, bloccandosi in una posa di particolare espressività per sottolineare il culmine drammatico di una scena.

L’allestimento del palcoscenico contribuisce non poco agli straordinari effetti cui il pubblico del Kabuki è solito assistere, anche grazie all’intervento di “servi di scena” per le sequenze più spettacolari, come nel caso della tecnica del bukkaeri, cioè del cambio repentino in scena del costume e la scoperta di un altro sottostante dai colori sgargianti per sottolineare una trasformazione interiore del protagonista.

Il Kabuki ha affascinato molti autori occidentali, fra cui il teorico Roland Barthes (impressionato dal valore semantico della gestualità degli attori), la scrittice Marguerite Yourcenar, in anni più recenti, l’autore teatrale e mimo Lindsay Kemp (negli anni Novanta ha portato in scena una piéce intitolata Onnagata).

Zatoichi il Teatro di Takeshi Kitano ( Continua 2 Parte il Teatro Noh )