Come le cortigiane di epoca Tang,le ragazze delle case fiorite dovevano saper conversare, cantare, suonare uno strumento musicale, recitare poesie; inoltre le case organizzavano spesso banchetti o gare di domino, il cui ricavato andava alle tenutarie, mentre le giovani tenevano per sé i regali dei clienti.
Oltre alle ragazze, una casa fiorita di una certa im portanza aveva uno staff numeroso che comprendeva cuochi, inservienti, portatori di rickshaw, contabili.
Una giovane donna poteva entrare a far parte di un bordello in vari modi. Se era stata venduta dalla fami glia, apparteneva in tutto e per tutto alla casa e riceveva vitto, alloggio e vestiti, ma il suo guadagno andava per intero al proprietario. Se invece era stata ceduta per un determinato periodo di tempo, la ragazza dava metà del suo guadagno al proprietario, mentre l’altra metà servi va a pagare i debiti contratti dai genitori, oppure veniva ceduta alla mediatrice che l’aveva acquistata dalla fami glia e rivenduta alla casa.
Vi erano infine le prostitute volontarie: si trattava in genere di donne fuggite dalla tirannia del marito o della suocera.
All’interno delle case, le ragazze erano classificate in base alla loro abilità e al prezzo che richiedevano per le loro prestazioni. Le curiose denominazioni che le desi gnavano erano riprese, per le prime due classi, dai ter mini del gioco del domino.
Al vertice stavano le “tre lunghe”, che sapevano can tare opere liriche, intrattenere gli ospiti e, all’esterno, potevano frequentare luoghi come il teatro o le corse dei cavalli, interdetti alle prostitute di classe inferiore. Il prezzo era di tre yuan per un drink e altri tre per una notte.
Venivano poi le “uno-due”, che non avevano le doti
delle precedenti. Per la loro compagnia si pagava uno yuan per i semi di melone, due per il drink.
Ancora meno abili, meno apprezzate, meno costose e generalmente molto meno giovani erano le prostitute del “negozio di maiale sotto sale”, espressione bruta lissima con cui si indicavano le case dove i clienti, per spendere meno, potevano dlividersi le donne, come se tagliassero a fette un pezzo di carne per farne tante porzioni.
Vi erano infine le “fagianelle”, quelle che battevano le strade delle città; pur non vivendo nei bordeffi, tut tavia ne dipendevano, e si trovavano sotto il controllo delle tenutarie.
Una prostituta lavorava ventiquattro giorni al mese, e la sua permanenza in una casa fiorita non durava più di quattro anni; in seguito, distrutta dalla vita che condu ceva e dalla sifilide, veniva trasferita in bordeffi di infi mo ordine.
Per evitare di rimanere incinte, o per abortire, le ra gazze erano costrette a ingoiare girini vivi, in base alla teoria che gli “elementi freddi” contrastano il “calore” della gravidanza. La causa dell’effettiva scarsità di gra vidanze tra le prostitute, però, non va ricercata in tale pratica ma nella diffusione delle malattie veneree.
A reclutare le ragazze da vendere ai bordelli erano soprattutto ex prostitute, che le compravano, spesso ancora bambine, dalla famiglia — esigendo un docu mento nel quale si attestava che la piccola non era sta ta rapita, ma ceduta volontariamente dai genitori — per poi rivenderle dopo averle allevate e istruite nel mestiere. ( continuo 3 Parte)

Eleonora 








