Attori e Attrici nella Cina Imperiale

Uno dei ruoli più curiosi era quello dan, ovvero quello degli attori che interpretavano i personaggi femminili, cosa non nuova comunque nella storia del teatro mondiale.

Nel 1777 infatti, per ordine imperiale, era stato vietato alle donne di recitare assieme agli uomini (esistevano però alcune compagnie solo femminili), un divieto che permase fino al Novecento.Dovendo comportarsi come le donne, questi attori ricevevano un insegnamento particolare.
La prima cosa riguardava l’educazione della voce, dovevano recitare e cantare in falsetto (la “falsa voce”, jiasangxi), con .tono sottile e .un po’ acuto; dovevano quindi imparare a muovere le mani con delicatezza, a sorridere a “bocciolo di rosa” (yingtao xiaozui) e via di seguito.
Non erano comunque dei castrati, come avveniva in altri paesi: in Cina castrati erano solo gli eunuchi che, per via della loro mutilazione, ottenevano lavoro e prestigio a palazzo.Tuttavia la cosa più penosa per i giovani (si trattava sempre di bambini o adolescenti) che interpretavano ruoli dan era il camminare.
Alle donne cinesi di rango venivano in genere storpiati e fasciati i piedi per renderli più piccoli, fino a misurare sette o otto centimetri.
La deformazione, che iniziava in età infantile, consisteva nel ripiegamento di quattro dita all’indietro, sotto la pianta del piede, lasciando sporgere solo l’alluce

L’imitazione delle donne portò dunque l’attore a camminare su degli speciali zoccoli o “piedi” di legno (qiaoxie) che tenevano l’estremità in verticale, quasi sulla punta: in tale posizione i piedi venivano fasciati e infilati in minuscole scarpine,Inutile dire che l’insolita andatura creava deformazioni alla spina dorsale e al bacino.
Se l’attore era in fondo alla scala sociale, l’attore dan era, se possibile, catalogato ancor peggio: oggi favorito di questo o quel potente, vezzeggiato come diva del momento, munito di carrozze e cavalli, come nulla l’indomani poteva finire alla gogna e portato in giro per le pubbliche vie con il cartello di “corruttore dei costumi”, oppure, sfregiato, cadere nei peggiori bordelli della città o espulso dalla stessa.

Gl i attori furono sempre oggetto di disprezzo e discriminazione da parte della società,la condotta morale di molti attori, inclini al gioco d’azzardo, al consumo di oppio e a costumi sessuali all’epoca assolutamente discutibili1, alimentava inoltre il disprezzo della comunità nei loro confronti.

Sotto il regno della dinastia mancese (Qing 1644-1911), caratterizzato dalla nascita dell’Opera di Pechino, gli attori furono oggetto di atteggiamenti ambivalenti da parte delle autorità, che, pur manifestando un’esplicita predilezione per il teatro, posero tuttavia severe e continue restrizioni a questo genere. Nel 1414 e nel 1469 due editti preclusero la partecipazione degli attori agli esami imperiali e dunque il loro accesso alle cariche pubbliche; nel 1770, un ulteriore editto giunse a vietare anche ai loro discendenti maschi di intraprendere la carriera di funzionari2. Nel 1645 furono proibiti gli spettacoli teatrali notturni, nel 1671 fu vietata anche la costruzione dei teatri all’interno delle mura della città di Pechino, e l’imperatore Shizong (1723-1736), al fine di preservare la purezza della tradizione mancese, giunse a proibire di assistere agli spettacoli e di sovvenzionare compagnie teatrali. Anche le attrici furono oggetto, nel corso della storia, di atteggiamenti via via differenti da parte delle autorità. Sin dall’epoca Zhou fino alla dinastia Song (960-1279), è attestata la presenza di donne a corte in qualità di danzatrici, acrobate, contorsioniste, equilibriste, poetesse, attrici e cantanti.
Ma l’epoca Yuan (1279-1368) fu senza dubbio l’epoca d’oro per le donne di spettacolo, e fu proprio in quel periodo che alle donne fu concesso di interpretare anche ruoli maschili e venne riconosciuto il loro status di attrici professioniste. Nacquero proprio in quell’epoca compagnie teatrali miste, in alcun modo censurate dalle autorità mongole, che, non condividendo la moralità confuciana, non le consideravano motivo di scandalo a causa della loro promiscuità.
In epoca Ming (1368-1644), la presenza femminile in ambito teatrale fu nuovamente limitata dal neoconfucianesimo, che proponeva il concetto di lianjia funü, ossia di donna casta e virtuosa, e concepiva l’essere donna e l’essere attrice come due realtà inconciliabili; se nel primo caso s’intendeva infatti uno stato di reclusione e sottomissione, nel secondo si presupponeva l’esposizione al pubblico e dunque un’invasione dello spazio tradizionalmente maschile.

La condizione delle attrici non migliorò in epoca Qing (1644-1911), caratterizzata dall’irrigidimento della dinastia mancese su posizioni confuciane, atteggiamento che portò al severo controllo dell’attività teatrale attraverso lo strumento della censura ,l’imperatore Qianlong (1736-1796) fu severo censore, proibendo di sovvenzionare compagnie private, ordinando la distruzione di molte opere teatrali e, con l’editto del 1777, proibendo alle donne non soltanto di prendere parte a spettacoli teatrali ma anche di assistervi4.

La Rivolta dei Taiping (1850-1866), malgrado l’esito negativo, si rivelò di estrema importanza nella storia dello spettacolo, in quanto, per la prima volta, gli attori espressero il proprio malcontento e si schierarono politicamente rivendicando i propri diritti. Essa fu l’espressione dell’opposizione alla dottrina confuciana e per questo godette di un ampio sostegno da parte degli attori. Il risultato fu l’affermazione, nel 1875, delle prime attrici dell’Opera di Pechino a Shanghai, e la costruzione, nel 1894, del primo teatro destinato a rappresentazioni di compagnie femminili.

(4 Parte Opera di Pechino )

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